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Siamo qui
ORE 12 E 08. Una bomba esplode sulla porta della redazione del manifesto a
Roma. E' una bomba fascista. L'attentatore, rimasto ferito nell'esplosione
e soccorso dai giornalisti del manifesto, è Andrea Insabato, militante di
estrema destra, da Forza Nuova a Militia Christi, uno dei fan italiani di
Haider. In redazione si contano i danni, che sono "solo" materiali, ma per
puro caso: se l'ordigno fosse esploso prima del previsto avrebbe potuto
essere una strage. Subito dopo l'attentato centinaia di cittadini sono
accorsi in via Tomacelli per esprimere la loro solidarietà: tra essi i
principali leader politici e sindacali. Il governo riferisce in parlamento
e l'aula si divide: il centro- destra rievoca la teoria degli opposti
estremismi, il centro- sinistra chiede la messa al bando delle formazioni
di estrema destra. Per tutta la giornata, mentre il lavoro in redazione
riprende a fatica, si susseguono attestati di solidarietà: a Milano Cgil,
Cisl e Uil convocano subito una manifestazione, oggi ne è prevista una in
Campidoglio a Roma e altre in tante città. E' la miglior risposta possibile
al clima torbido che accompagna una interminabile campagna elettorale e
all'humus culturale che ha permesso lo sdoganamento dei neofascisti e
offerto loro legittimità politica. Per conto nostro continuiamo il nostro
lavoro, con lo spirito di sempre.
EDITORIALE
I nipotini di Salò
ROSSANA ROSSANDA
Il disgraziato ci ha quasi rimesso le gambe, l'ordigno è deflagrato prima
del tempo. Ma era venuto per uccidere: a mezzogiorno una bomba in un
giornale fa male di certo, molti lavorano e qualcuno passa - il caso
fortuito, strano è che in quei secondi non sia entrato e uscito nessuno.
Nella memoria di chi stava al giornale resta il gran botto, le porte che ti
volano davanti, i vetri che precipitano e la stupefazione di percepire nel
medesimo attimo la morte e sentirsi vivi. Poi nelle ore che seguono la fila
cortese dei condolenti, tutte le forze politiche - allarmata Alleanza
Nazionale, sorprese le altre, nessun giornale era stato attaccato neanche
ai tempi delle bombe nei treni - che si infilano attraverso il vano della
porta ormai inesistente, gli artificieri, la polizia e la folla stupefatta
per la strada. Il disgraziato forse non è stato mandato da nessuno, o da
schegge che sono come nessuno. Non so se avesse in mente di rendere più
febbrile una campagna elettorale già da tempo guasta. Ma è certo che si è
sentito autorizzato ad ammazzare, se gli riusciva, quelli del manifesto,
lui ex Nar e ora Militia Christi, perché il mondo cui si sente di
appartenere è stato sdoganato in nome della buona fede di chi era fascista
e stava con i fascisti, mentre i comunisti restano il demonio. Anche quello
con corna e coda, perché difendono il Gay Pride, il diritto delle donne ad
abortire, l'eutanasia e la scuola pubblica. Siamo ormai la sola idea
condannata, quella sulla quale si sparano parole a volontà, si stringono le
reti delle difficoltà materiali, e si spendono i sorrisi derisori della
sinistra pentita, che per essere certa di essere viva ci considera
irrimediabilmente defunti. Ma i rossi danno fastidio anche da
sopravvissuti. Danno fastidio persino i rosa, come è questo giornale, non
sospettabile di preparare la presa a mano armata di Palazzo Chigi. A dire
il vero, come osserva Parlato che stava nei pressi della deflagrazione, non
pensavamo di essere un obiettivo strategico. Domani sarà Natale e di questa
bruttissima storia resteranno a noi i danni da pagare e al disgraziato le
gambe rotte in un letto di ospedale. Quelli che si sono scrollati la
polvere di dosso saranno ancora un po' straniti dalla sensazione di essere
casualmente vivi mentre potevano essere non casualmente morti. Quelli che
dubitavano alquanto delle bombe anarchiche di Milano, avendo nella memoria
altri anarchici volati dalle finestre o a lungo arrestati al posto degli
estremisti di destra, dubitano più che mai di quella firma. Da noi le bombe
la tira sempre qualcuno che rimesta nel torbido. Le tirava quando i
fascisti erano di moda soltanto nei servizi, in qualche ministero e nelle
forze armate, figurarsi adesso che amministrano lezioni tutti i giorni e
tutti li ascoltano assicurando che, anche se sono fascisti, in verità non
lo potrebbero essere e in ogni caso vanno capiti. Noi ci scrolliamo di
dosso i calcinacci ma chi sta nel palazzo e dintorni farebbe bene a
sentirsi inquieto. Questa roba non è governabile, non bisogna lasciarle
nessun terreno, nessuna pastura. Non cesseremo di dirlo, anche se ci da
perfino fastidio la parte di vittime e scampati. Ma lo siamo, è andata
così. Qualcuno ci pensi.
EDITORIALE
Eravamo in redazione
RICCARDO BARENGHI
Siamo ancora qui e ci resteremo. Ma potevamo non esserci, almeno qualcuno
di noi oggi poteva non essere più con noi. L'uomo che ci ha messo la bomba
sulla porta che ha distrutto l'ingresso e il pianerottolo e che si è ferito
gravemente da solo, quell'uomo non voleva fare un atto dimostrativo,
intimidatorio o quello che volete. Quel fascista era venuto qui per
uccidere qualcuno, e se uno di noi fosse uscito in quel momento dalla
redazione, magari per andare al bar a prendere un caffè, ci sarebbe
riuscito. Avevo finito di leggere i giornali, ero nella mia stanza, cioè a
cinque metri dall'ingresso della redazione, quando un fortissimo boato mi è
piombato addosso. Un rumore sordo, violento, pesante. Che fosse una bomba
lo abbiamo capito subito, non era difficile. La porta della redazione era
per terra, distrutta, il soffitto dell'ingresso anche, così come quello del
pianerottolo, calcinacci dappertutto: e in mezzo ai calcinacci c'era
qualcuno che gridava, urla strozzate: "Aiutatemi, aiutatemi". Un
torrentello di sangue scorreva per terra. Qualcuno di noi si è avvicinato
all'uomo, gli abbiamo chiesto più volte chi era, non ci ha risposto.
Abbiamo capito allora che probabilmente era lui l'attentatore, che non
aveva fatto in tempo a scappare ed era rimasto vittima del suo stesso
gesto. L'unica vittima, per fortuna. Lo abbiamo anche soccorso. Non so
quanti eravamo al giornale in quel momento, quindici, venti, stavamo per
cominciare la riunione di redazione. La giornata si presentava più che
tranquilla, quasi noiosa: poche notizie, l'atmosfera era già quella del
Natale. Fino a quel minuto, quel secondo, quell'attimo. E da lì la giornata
è cambiata: prima la paura, l'incredulità per un fatto che non era mai
accaduto in trent'anni di vita del manifesto. Poi la polizia che ci ha
fatto sgomberare, in fretta e furia per il timore che di bombe ce ne
fossero altre. E l'arrivo in strada, accolti da tanti altri compagni del
giornale che intanto stavano arrivando, da colleghi, da decine e decine di
uomini politici, sindacalisti, personaggi della cultura. E chi non poteva
venire, telefonava. E tutti coloro che hanno lavorato qui con noi sono
venuti o ci hanno chiamato. E questa è stata la dimostrazione più forte di
che cosa è il manifesto, al di là delle opinioni che esprime: un bene non
solo della sinistra ma della politica. Ma non tutto è uguale, nella
politica. E allora è giusto ringraziare tutti, è giusto salutare chi ci è
venuto a esprimere solidarietà. Ma non possiamo nascondere l'imbarazzo che
abbiamo provato quando Gianfranco Fini è arrivato sotto il giornale. Non è
salito, siamo scesi Parlato e io, e naturalmente televisioni e giornali ci
speculano sopra. Certo, Fini non è oggi uno che mette le bombe, e anzi le
condanna. Ma i suoi fratelli o figli, quelli che come lui sono cresciuti
con una certa idea in testa, chiamatela se volete cultura, e che non hanno
fatto una loro Fiuggi, quelli le bombe le mettono ancora. E le mettono per
uccidere. L'uomo che l'ha messa ieri qui da noi, sabato scorso era in
piazza a manifestare la sua solidarietà ad Haider. Quell'Haider che in
questi mesi scorazza per l'Italia libero di diffondere i suoi germi
razzisti, nazistoidi, certamente fascisti. I fascisti appunto, anzi il
fascismo come modo di essere prima di farsi politica: questa è la questione
che oggi torna in campo con prepotenza, addirittura con le bombe. Peccato
che negli ultimi dieci anni il mondo politico abbia passato il tempo a
discutere se e quanto andassero accolti in democrazia gli eredi del
fascismo, se e quanto fossero da comprendere i ragazzi di Salò, se e quanto
il razzismo di Bossi fosse solo folclore. Alla fine il fascismo diventa una
parola come tante, una parola insignificante. E il fascista trova normale
mettere una bomba al manifesto.
Tocca a noi
STEFANO BENNI
C'era una fogna da scoperchiare, anni di stragi, misteri, connivenze e
logge neanche troppo segrete. La sinistra al governo ha rinunciato a
guardarci dentro, forse i sondaggi sconsigliavano di sondare. E la destra
ipocrita di Fini e Berlusconi non ha mai avuto il coraggio di fare i conti
con la sua storia insanguinata, come ha fatto, stentatamente e
dolorosamente, una parte della sinistra non istituzionale. Questo è il
risultato. La fogna è ancora lì, con i suoi grandi impuniti e i suoi
piccoli soldati. Ma se è vero che vogliamo essere diversi dalla destra, non
dobbiamo rassegnarci alla responsabilità. La democrazia, in Italia, va
difesa giorno per giorno, non è genetica, è sulle spalle di chi la
desidera. Tocca a noi, oggi più di ieri. Conosciamo i proclami di pulizia
etnica di Previti, quando l'Italia avrà votato il suo epocale e
irrevocabile destino. Possiamo impedirglielo, pur non possedendo la
geometrica potenza della sua ideologia e dei suoi miliardi. Possiamo
impedirglielo senza reclutamenti e bombe. Tra la politica da salotto
televisivo e il terrorismo c'è qualcosa che qualcuno continua a praticare,
e molti altri potrebbero ancora scegliere: è la lotta serena e feroce delle
idee e delle differenze, delle rinunce e delle sfide. Non mi interessa
parlare di fascisti e di nemici, mi interessa parlare di compagni e amici
che in questi anni ho avuto al mio fianco, a tratti gioiosamente, altre
volte litigiosamente, ma sempre con stima e fratellanza. La destra non
vuole la democrazia civile, tutt'al più una vivibilità aziendale del paese.
E la sinistra istituzionale è pronta a sacrificare alla governabilità,
all'economia, al potere mediatico, fette sempre più grandi di democrazia.
Questi eventi possono terrorizzare, incattivire, stupire, trovare
impreparati molti. Ma non noi. Noi possiamo provare disgusto, paura, pietà
ma non possiamo indietreggiare, né paralizzarci, né semplificarci in
risposte simmetriche e irose. Questi eventi devono dare più responsabilità,
e più necessità alle nostre idee, più desiderio di una democrazia non
insanguinata, più volontà di scoperchiare la fogna. Guai a dividerci, guai
a cercare frettolosi recinti di sopravvivenza partitica e ideologica. Una
volta scrissi che la democrazia era qualcosa che i centri sociali capivano
e desideravano molto più di Berlusconi. Lo confermo. Figuriamo il
manifesto, che discuteva di dissenso e democrazia all'Est quando ancora il
Papa scriveva commedie. Tocca a noi, amici, compagni ed esuberi, a noi più
che a tutti gli altri, in modo totale e non rinviabile. I lamenti, le
delusioni, le verdette, le rivalse, lasciamole al mondo della piccola
politica e del videocentrismo indifferente. Possiamo ancora vivere in un
paese democratico, ma questo non verrà deciso il giorno del voto. Il sogno
della sinistra che cambiava il mondo forse non esiste più. Ma la quotidiana
fatica di battersi per le idee e le differenze della sinistra, esiste
ancora. Questo è l'unico disinnesco di tutte le bombe. E chissà che non lo
capisca anche chi, al governo, avrebbe dovuto capire, battersi e agire da
un pezzo. Un po' di verità, vale l'un per cento di meno nei sondaggi?
Sulla porta del nostro quotidiano
Un boato, i calcinacci, le urla. Alle 12 e 08 l'esplosione della bomba.
Era per noi, poteva uccidere.
Cronaca dall'interno del manifesto
ROBERTO ZANINI - ROMA
La bomba è un sapore di calcinacci in bocca, una puzza di polvere da sparo,
uno stupore che rende irriconoscibili le cose e le persone. Poi viene tutto
il resto, che non è meglio. Mezzogiorno paccato e non accade nulla, il
terzo cappuccino di plastica del distributore in fondo al corridoio, il
pacco dei giornali, i soliti cartelli con la firma del direttore che
impongono a tutti la riunione alle 12 - nessuno arriva in orario, e adesso
nessuno ci arriverà più. Riccardo pianta le mani sul tavolo del
caporedattore di turno, io. "Zanì, non accade nulla, come lo facciamo 'sto
giornale?", Francesco transita in tempo per sentire la risposta: "Ci
vorrebbe una bella catastrofe da qualche parte". Banalità prenatalizie. I
mattinieri sono pochi, al manifesto. Saremo una quindicina, forse venti.
Riccardo se ne va nella sua stanza da direttore, minuscola come le altre ma
con un divanetto reduce da un cambio d'arredamento. Galapagos, Roberto e
Antonio sono in fondo al corridoio, all'economia, i più lontani dalla
vecchia e robusta porta d'ingresso, coetanea del palazzo. Tommaso è agli
esteri, la stanza precedente. Bruna è in archivio, un armadio di ferro
pesante e zeppo copre una seconda porta che esce sul pianerottolo
esattamente di fronte a quella principale. Giuseppina e Benedetto sono alla
cultura, altra stanza con portone sul pianerottolo, anche questo coperto da
un armadione stipato di libri. Lia e Pupa sono in segreteria, il primo
locale dentro il portone. Stefano sistema la posta nel casellario,
esattamente a fianco del portone. Fuori c'è Guido che mi aspetta da un paio
di minuti, piantato davanti alla solita porta. Non vuole entrare perché non
riusciremo mai a chiacchierare in pace, col telefono che squilla e i
compagni che passano. Esco. Un ascensore è occupato, l'altro è rotto da
mesi. Scendiamo le scale al trotto, siamo al terzo piano. Sono le dodici e
otto minuti. Lo scoppio è talmente forte che non si capisce da dove viene,
la portinaia esce con il terrore sulla faccia. Il rumore di vetri che
cadono copre tutto. Quando finisce la pioggia di cocci, si sente solo una
voce strozzata che viene da sopra: "Aiutatemi, aiutatemi". L'ascensore è
bloccato al quarto piano e ci resterà, la corrente elettrica è saltata.
Risalire, subito. Dalle scale scendono due ragazze, sono giovani, escono
terrorizzate da un ufficio. Al primo piano ci sono vetri per terra e la
polvere comincia a entrare nel naso. Al secondo tutti i vetri sono caduti e
cominciano i calcinacci. Nell'angolo in fondo al corridoio ci sono pezzi di
intonaco e mattoni sul pavimento. Proprio sopra, sul soffitto, c'è un buco
da stringere lo stomaco. Sopra quel buco, lo so, c'è la porta del
manifesto. Nella tromba delle scale le vetrate sono state spazzate via.
Qualche altro scalino e siamo lì. E' buio che non ci si vede nemmeno con
gli accendini, c'è polvere dappertutto, puzza di esplosivo. L'onda d'urto
ha piegato le porte metalliche degli ascensori, chiuse. Davanti alle porte
c'è un fagotto che si lamenta, è sbattuto per terra come uno straccio, i
vestiti a brandelli, una testa di capelli grigi. Non si capisce chi è,
maledizione, magari è uno dei nostri. Dal piano di sopra è sceso Maurizio,
Maurizio Ferrini. E' l'amministratore delegato della Poster, la nostra
concessionaria di pubblicità. Si avvicina a quella cosa che si lamenta, gli
si accovaccia accanto. "Aiutatemi, muoio, sto gelando, sto morendo".
Maurizio gli cinge le spalle, nel buio indovina un corpo, la gamba destra a
brandelli, della sinistra si vede spuntare un osso bianco. E' pieno di
sangue, tumefatto, irriconoscibile. Si grida, ma sottovoce. Luce, luce, una
cintura per fermare il sangue, occhio a dove metti i piedi. Benedetto ha le
mani davanti al volto, prende la mia cintura, l'avvocato che ha lo studio
sul pianerottolo fa più in fretta. Nessun altro ha percorso le scale dal
momento del'esplosione. La cintura viene stretta intorno alla coscia
dell'uomo per terra. Come ti chiami, da dove vieni? "Mi chiamo..." e
farfuglia un nome, non vuole dirlo, non si capisce. Poi lo ripete, e questa
volta è comprensibile: "Insabato, Andrea Insabato". Aggiunge: "Io allevo
cani". Sembra lucido, anche se ha le ossa fuori dalla carne. Guido mi tocca
la faccia, e io a lui. Non ci siamo fatti nulla, nessun altro sembra
essersi fatto nulla. Per terra ci sono lastre di marmo divelte dalle
pareti. L'onda d'urto ha piegato le sbarre delle porte blindate, dai
portoni diventi filtra un poco di luce. Il soffitto è completamente
distrutto, ci sono calcinacci per tutto il pianerottolo, un accendino verde
per terra. Una scia di sangue collega l'ingresso al fagotto tumefatto steso
a terra. C'è una scarpa, pezzi di qualcosa che potrebbe essere un frammento
d'intonaco, un dito, un pezzo d'osso. La grande insegna a fianco della
porta è stata spazzata via, il neonato con il pugnetto chiuso è
accartocciato per terra, la rivoluzione non russa, sparso a pezzi sul
pavimento. La porta principale è divelta, compresa l'intelaiatura. Ci avevo
litigato l'altra sera, uscendo per ultimo dal giornale. Non si chiudeva, e
pensavo: che roba, già è sempre aperta tutto il giorno. In redazione,
l'ingresso è distrutto. Stefano piange in silenzio. Era il più vicino
all'esplosione, appena coperto dall'angolo di un muro, mezzo metro più a
sinistra e addio. Il controsoffitto è crollato. La porta di fronte è quella
dell'archivio: sfondata. Nella stanza, l'armadione carico di libri e
giornali è volato sopra le scrivanie, spiaccicando tavoli e sedie. Ci
lavora Stella, di solito, a quest'ora. I bagni vicini all'archivio hanno i
vetri distrutti, i cocci ricoprono i water. Nella stanza della cultura,
l'onda d'urto ha piegato le sbarre d'acciaio che blindano la porta,
scardinandola. C'era un armadio appoggiato all'interno: è finito in mille
pezzi sulla scrivania di Giuseppina (con lei seduta al tavolo, salvata da
un altro provvido angolo di muro). Libri e cocci si mischiano per terra. Se
quel tizio entrava, lui e la sua bomba, quanti compagni ammazzava? Arrivano
due vigili del fuoco - il loro capo è lo stesso di quando, molti anni fa,
qualcuno ci bruciò alcune bobine di catta. Arriva la Croce rossa, caricano
il fagotto su una barella. Arriva la polizia, scendere, scendere tutti.
All'entrata del palazzo è pieno di divise. Arriva Rutelli. Viene circondato
di persone dall'aria ufficiale. Gli spiegano com'è andata, un colonnello
dei carabinieri gli dice "sa, gli estremismi...".
Un giornale di strada
FRANCESCO PATERNO' - ROMA
Via Tomacelli, il nostro luogo di lavoro da trent'anni, un indirizzo che
per molti è sinomimo del giornale. Qui è esplosa la bomba, qui ieri abbiamo
ricevuto la più grande manifestazione di solidarietà della nostra storia.
Con la presenza fisica, con mille telefonate, messaggi e telegrammi, con
strette di mano, con Internet. Un'intensità che ci ha un po' sorpreso, pure
abituati a sopravvivere in alcuni momenti grazie al contributo di lettori e
non lettori. Gli unici a non farsi vedere né a telefonare sono stati quelli
di Forza Italia. Lo diciamo con piacere, sia chiaro. Tutto comincia con la
bomba che esplode davanti alla porta del terzo piano, dove la redazione si
è trasferita da alcuni anni dal leggendario quinto piano. Il tempo di
contarci noi presenti e vivi, di soccorrere l'attentatore, di vederci
qualcosa in mezzo al fumo. La strada viene bloccata. Vengono i brividi: una
settimana fa erano in visita al giornale 25 bambini di una terza elementare
romana con le loro maestre. Via Tomacelli si riempe di gente, nota e
sconosciuta. Le impiegate della nostra libreria in dismissione sono in
lacrime, la tensione si allenta solo quando si viene a sapere anche fuori
che nel palazzo non ci sono vittime e feriti, oltre all'attentatore. Il
senatore verde Luigi Manconi è uno dei primi ad arrivare, ma sarà una
processione. Proviamo a raccontarla questa solidarietà istituzionale, forse
non tutta vera, ma sorprendentemente calorosa. Si vedono tra i primi Walter
Veltroni ("Un giornale libero", grazie) e il candidato premier Francesco
Rutelli, il segretario della Cgil Sergio Cofferati e il direttore di
Repubblica Ezio Mauro. Il ministro dell'interno Enzo Bianco arriva con il
curriculum dell'attentatore, ci conferma che è un estremista di destra ben
conosciuto. Si vedono il sottosegretario agli interni Massimo Brutti e
quello alla giustizia Franco Corleone, il ministro delle politiche
comunitarie Gianni Mattioli e l'eurodeputata diessina Pasqualina
Napoletano: bene, anche un pezzo d'Europa è con il manifesto. Noi del
giornale siamo presi d'assalto dagli altri giornalisti, vogliono sapere i
fatti e i perché, un po' rispondiamo pensando che questa volta è proprio
bella poterla raccontare. Ogni tanto qualcuno ci abbraccia, sono i nostri
colleghi emigrati negli anni verso altri media, ora sono tornati così in
tanti che insieme potremmo fare due giornali. Chi non è potuto venire ha
chiamato, un altro - non potendosi muovere dal suo nuovo luogo di lavoro -
telefonava a chi scrive per dare le ultime notizie. Così abbiamo
improvvisato un giornale di strada, tanto per non sentirci tagliati fuori
in attesa di poter rientrare in redazione. In via Tomacelli si vedono
ancora Famiano Crucianelli, Valdo Spini, Gianni Cuperlo che lavora con
Massimo D'Alema alla vicina Fondazione italianieuropei, c'è Sandro Curzi e
il direttore del Tg5 Enrico Mentana, spunta perfino una delegazione di
Alleanza nazionale. "Dov'è il direttore, dov'è il direttore", lo cerca
nientemeno che Pieferdinando Casini, sono le 14 e il collettivo del
giornale si dà appuntamento nella sala riunioni della libreria, che riapre
per noi per l'ultima volta. Sotto la saracinesca s'infila per pochi minuti
Clemente Mastella, poi ci sediamo per parlarci tutti insieme e impostare il
giornale che oggi leggete. Cediamo una poltroncina a Pietro Ingrao, che
sottolinea come l'attentato a il manifesto possa essere ricollegato al
clima di legittimazione della destra sulla scia di quanto avvenuto con Jörg
Haider, il leader del partito razzista austriaco. Con noi siede anche il
ministro del lavoro Cesare Salvi, che subito indica la strada di un
possibile scioglimento di quei gruppi di estrema destra da cui proviene
l'attentatore del giornale. Sono le 16 quando polizia e pompieri ci danno
semaforo verde per risalire in redazione e accendere i computer. E'
difficile fare un giornale mentre telefoni e cellulari squillano
ininterrottamente: è la solidarietà, bellezza - ci diciamo tanto per
allentare la tensione. Un trillo viene dall'alto, dal Colle: è il
presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi che ci vuole manifestare a
voce tutta la sua vicinanza, il telegramma (arrivato puntualissimo) non gli
basta. Telefona anche Stefano Rodotà, Ersilia Salvato, Ermete Realacci -
sicuro che qualcuno lo abbiamo dimenticato - in serata chiama Oscar Luigi
Scalfaro ("una telefonata affettuosa", riferisce Valentino Parlato).
Gianfranco Fini viene di persona in via Tomacelli, in strada incontra il
nostro direttore e subisce qualche contestazione. Superando calcinacci,
pezzi di portone sdraiati, pompieri efficienti e poliziotti, al terzo piano
di via Tomacelli sale invece Massimo D'Alema. Si ferma con noi a
chiaccherare amichevolmente un quarto d'ora, poi entra il direttore del Tg1
Albino Longhi e anche Eugenio Scalfari. In tutto questo bel rivedersi, noi
cerchiamo di non prendere buchi, ci mancherebbe. E lì, dove poco dopo
mezzogiorno è esplosa la bomba, cogliamo l'ultimo atto di quella che poteva
essere una tragedia: "Ecco la scarpa dell'attentatore", dice uno della
scientifica. "Beato te, gli risponde una giovane collega - a me stamattina
è toccato raccogliere brandelli di ossa".
Qualcuno urla: "E' una bomba"
In via Tomacelli non c'è solo il manifesto. Il panico raccontato dagli altri
TIZIANA BARRUCCI - ROMA
"Mi passano davanti ogni giorno in tanti, molti fattorini nemmeno chiedono
a quale piano è il manifesto, ci vanno e basta, lo sanno che è al terzo".
Ha il tono di chi vuole quasi difendersi Maria, la portiera di via
Tomacelli 146, ancora sotto choc. "E' Natale, sa quanti pacchi portano?".
Ha visto l'attentatore salire? "Non lo so, forse, ma che vuole che gli
dicessi?". "E meno male che non è scoppiata da noi in portineria - esclama
il marito di Maria, Pacifico - abbiamo sentito tremare tutto, sembrava che
qualcosa fosse sucesso alle fondamenta del palazzo, dopo il botto grande
subito un altro: era un pezzo dell'ascensore che si è schiantato laggiù. Ho
pensato a una bomba, sono stato richiamato dai lamenti. Sono salito, era
buio, e ho visto un uomo in terra e tutto il resto". Il boato, il rumore
delle finestre in frantuni, così come il fumo e l'odore di bruciato hanno
fatto da sfondo a scene di panico anche negli altri piani dello stabile,
sopra e sotto la nostra redazione. A pochi metri dalla porta del manifesto
c'è lo studio dell'avvocato Alaimo: "Sono uscito per le scale, era buio,
c'era un uomo per terra, attorno alcune persone. C'era bisogno di una
cintura per bloccare la ferita, me la sono sfilata. L'uomo urlava, e
pregava, pregava...". "Ho pensato subito ad una bomba", racconta Tiziana,
dell'ufficio di Kataweb Local, che con KwArt si trova al secondo piano,
sotto il manifesto. "Abbiamo capito che era scoppiata nelle scale -
continua Cinzia - siamo scesi di corsa, tanto che una ragazza è inciampata
nei calcinacci per le scale e si è slogata una caviglia". "Eravamo tutti e
dieci in servizio, così come ci vedi ora, ai computer - ricorda un altro
redattore di KwArt, Fabio - lo spostamento d'aria è arrivato fino a qui,
per fortuna la porta era spalancata". Anche Fabio, con un suo collega,
Andrea, è stato richiamato dai lamenti "ma era buio, c'era tanto fumo, non
si respirava, siamo riscesi a prendere dei fazzoletti bagnati". Mentre il
direttore di Kataweb, Paolo Vagheggi, tira un sospiro di sollievo: "Se
qualcuno fosse stato in bagno, sarebbe finito male - spiega mostrando il
piccolissimo bagno, dove i vetri della finestra sono saltati finendo in
frantumi sul pavimento". Pensavano che fosse scoppiata una bombola, o che
lo scoppio venisse dalla strada, i dipendenti del quinto piano, dove si
trovano amministrazione e grafici del manifesto. "Uno scoppio secco, poi i
vetri e il pavimento che tremava - racconta Anna. - Ci siamo subito
affacciati alle finestre, ma poi abbiamo visto e sentito il fumo arrivare
dalla porta, la luce è saltata. Per un attimo siamo rimasti immobilizzati:
e se ne scoppia un'altra? Qualcuno ha pianto". Nei locali c'erano una
decina di persone, ma non Roberto, che era andato a fare gli auguri agli
amici dell'agenzia di viaggi, accanto alla libreria del manifesto, al piano
terra: "Per poco non mi sono trovato per le scale, o nell'ascensore -
sorride, sapendo di averla scampata - ho sentito il boato, il mio primo
pensiero è stato salire qui, per vedere se i compagni stavano bene".
Salvo l'attentatore
Andrea Insabato, il terrorista che ha messo la bomba
CINZIA GUBBINI - ROMA
Andrea Insabato - ricoverato all'ospedale San Camillo - non perderà la
gamba destra, ma gli è stata amputata una falange della mano sinistra e
ricostruita la tibia rotta in due punti. Non ha mai perso conoscenza:
"faceva finta di non capire - racconta uno degli agenti che lo ha
piantonato - diceva di dover andare in bagno, di avere sete". Fuori
dall'ospedale molte le voci su Insabato. Diverse fonti affermano che
reclutava mercenari per andare a combattere in Croazia. Pensava a un Kosovo
cristiano, in cambio di Istria e Dalmazia. Sul suo sito internet appare un
appello per "la pace nei Balcani" e per "costruire la nuova Europa,
cristiana, al di fuori della Nato, con una lingua comune neolatina". Un
uomo ben conosciuto, che ora tutti negano di aver mai appoggiato. "Un cane
sciolto", lo definisce Roberto Fiore, ex Terza posizione (come Insabato) e
attuale leader di Forza Nuova, che da tutta la colpa ai Ds, responsabili di
"aver fomentato la rabbia dei centri sociali". "Lungi da noi averlo nelle
nostre fila", rincara Paolo Caratossidis, dirigente nazionale di Forza
Nuova. Eppure solo sabato scorso, in occasione della visita di Haider in
Vaticano, Insabato è stato fermato dalla Digos a piazza Adriana: aveva in
mano numerosi volantini e adesivi proprio di Forza Nuova. Pare addirittura
che abbia avuto un ruolo di primo piano nell'organizzazione della
convention del movimento a Cernobbio contro la globalizzazione.
Sicuramente, da ragazzo, ha militato nell'Msi nella stessa sezione di
Storace. Ma Insabato è prima di tutto e indiscutibilmente un integralista
cattolico. "Un uomo pio", lo definisce il fratello Carlo. Tanto da fondare
un gruppo tutto suo, Rinascita cristiana, strettamente legato alla
famigerata Militia Christi. Sabato, durante la manifestazione pro Haider,
ad Angelo Mastrandrea de il manifesto ha detto: "Sono qui per portare la
solidarietà del mio movimento a Haider, il Movimento per la rinascita
cristiana". Portava 3 bandiere, due crociate e una palestinese. A un altro
cronista dichiarava: "Mi piacciono Mussolini e Che Guevara". Uno dei suoi
cavalli di battaglia era la lotta contro l'aborto: in una scuola romana è
stato notato mentre appendeva foto di feti abortiti. E il fratello
conferma: "Ha capeggiato manifestazioni antiabortisite, ma non farebbe mai
del male". Secondo Carlo Insabato, infatti, suo fratello è più tipo da
"atti dimostrativi". Come quando nel '92 bruciò una bandiera con la stella
di Davide allo stadio (un anno e mezzo per istigazione all'odio razziale).
Mai rinunciato allo stadio, tifoso sfegatato della Lazio. La curva è una
delle sue grandi passioni, come quella per i cani. Attualmente gestisce un
servizio di dogrunning nella zona Balduina (storicamente zoccolo duro della
destra romana), dopo un'impresa fallita come allevatore. Pare sia molto
riservato nella vita privata, gran lavoratore. Classe 1959, Insabato
all'epoca dei suoi studi universitari in giurisprudenza era un personaggio
famoso, carismatico. In Terza posizione era considerato addirittura un
ideologo. In passato è stato imputato di reati di partecipazione ed
associazione sovversiva e banda armata, da cui però fu assolto per
insufficienza di prove nell'85. Da circa 5 anni si era dedicato a una
militanza a latere, d'inverno scendeva in strada per distribuire le coperte
ai barboni. "Secondo me non sapeva che dentro quel pacco ci fosse
dell'esplosivo - ipotizza il fratello - non farebbe mai male a una persona,
lo giuro. Può darsi che qualcuno lo abbia ricontattato e lo abbia
incastrato - insiste - si sa, il suo nome fa sempre notizia".
Un terrorista solitario?
CARLO LANIA
DARIA LUCCAROMA
Uno zainetto, molto probabilmente. Una bella quantità di polvere da fuochi
d'artificio, sicuramente. Una miccia a combustione. E qui sta forse
l'enigma della bomba che ieri mattina, poco dopo mezzogiorno, ha divelto
muri e porte de il manifesto: perché è scoppiata prima che l'attentatore
avesse il tempo di mettersi in salvo? Ma andiamo con ordine, cominciando
dal fondo. Il verbale di arresto per Andrea Insabato, redatto dalla polizia
mentre i medici decidevano se la gamba andava tagliata o no, ipotizza il
reato di strage. Oltre, ovviamente, a quello di fabbricazione e detenzione
di materiale esplosivo. Era solo, Insabato, quando è venuto a compiere la
sua "missione"? Gli inquirenti cercano un complice, hanno detto e ripetuto
agenzie di stampa e televisioni. Sgomberiamo subito il campo su questo
punto. Dalle ricostruzioni effettuate all'interno del giornale, tra
redattori e altre persone presenti al fattaccio, non sembra che nessuno
abbia percepito la presenza di uno più supporti nelle dirette vicinanze. Lo
si deduce dalla corsa all'indietro, dal basso verso il terzo piano, del
caporedattore Roberto Zanini, che precipitandosi dopo lo scoppio, non ha
incontrato alcuna persona. Né chi è sceso dal quarto piano, in soccorso,
come Maurizio Ferrini, ha visto altri se non il ferito, Insabato. D'altra
parte, nella perquisizione successiva dentro la sua abitazione, sarebbero
emersi elementi sufficienti a lasciare ipotizzare la comparsa in scena di
uno o più complici. Ad esempio, l'attentatore aveva due telefonini
portatili a disposizione. Preziosissimi, per gli investigatori che potranno
ripercorrere tutto il filo delle chiamate effettuate e ricevute. In casa,
sono stati trovati anche parecchi volantini. Insomma, materiale sufficiente
ad ordinare, insieme ai precedenti del ferito, una lunga serie di
perquisizioni in città e nel Lazio. Una cinquantina di controlli ad
esponenti di Forza Nuova, del Movimento Politico e di Militia Christi. Ma
tutto ciò ancora non ci spiega l'enigma di inizio: la miccia. Era solo o
no, Insabato? Di certo non era accompagnato da nessuno giovedì pomeriggio,
quando si è affacciato davanti alla segreteria di redazione con aria
leggermente smarrita e si è rivolto al nostro segretario di redazione,
Stefano Crippa. "Perché non organizzate una manifestazione pro Palestina?",
ha chiesto. Stefano era qui, ieri mattina, e ha cominciato a individuare
qualcosa di già visto, nella fisionomia dell'attentatore quando i tg hanno
mandato in onda una sua antica intervista, di dieci anni fa. "Quello che ho
visto aveva al collo una kefia di colore bianco nero, ed era certo più
vecchio. Infatti, l'ho riconosciuto poi quando è andato in onda il servizio
recente, che lo riprendeva alla manifestazione in favore di Haider. Credo
proprio che fosse lui". Se lo era, è rimasto pochissimi minuti. Il tempo
necessario comunque a dare un'occhiata al luogo dove, il giorno seguente,
doveva ritornare con un carico mortale. Perché non c'è dubbio che quel
chilo circa di esplosivo doveva fare male. Per l'ora in cui è stato
collocato (in quei minuti comincia di solito la riunione di redazione e c'è
un gran via vai di redattori) e per i danni provocati che, a posteriori,
danno un'idea del potenziale. Non era un ordigno ad alto potenziale, dove
per alto si intende che facesse crollare l'intero palazzo del "manifesto",
un robusto edificio di cinque piani, due scale e due androni. Ma una bomba
di medio potenziale sì, che poteva uccidere. E torniamo alla miccia.
Insabato sarebbe arrivato in Via Tomacelli grazie a un motorino, uno Sfera
della Piaggio. Era posteggiato in Piazza Augusto Imperatore dove, nel
pomeriggio, è stato trovato dagli agenti. Ma è venuto fin qui portando da
solo l'ordigno, oppure un complice lo ha accompagnato (a Roma viaggiare in
due sul motorino è la norma) ed è fuggito a piedi quando ha sentito lo
scoppio? Insabato comunque entra nell'atrio, imbocca l'androne di sinistra
e opta per l'ascensore. L'unico che funziona, dato che l'altro è da mesi
fuori uso. Roberto Zanini, infatti, quando scende nota che l'ascensore è
occupato. Insabato deve essere salito fino al quarto piano, forse per non
essere notato sul luogo del delitto da qualcuno dotato di buona memoria.
Ripassando al terzo, si avvicina alla porta del "manifesto" e appoggia lo
zaino, o la borsa. Forse la bomba era protetta da un involucro di plastica,
per tenere uniti i due componenti di esplosivo più tardi recuperati dalla
polizia scientifica: polvere pirica e polvere da cava. Un chilo, poco più.
E qui c'è l'enigma. Insabato mostra ferite complesse. L'esplosione gli ha
danneggiato una mano e il volto. Ma le parti più colpite sono le gambe,
soprattutto la sinistra. L'impressione degli investigatori è che l'uomo
fosse accovacciato. E, si può aggiungere, nell'atto di accendere la miccia,
visto che un accendino verde è schizzato via verso l'ultimo gradino della
rampa che sale, in modo tale da essere poi trovato dagli agenti. Miccia
corta, diceva James Coburn in "Giù la testa". Sì, ma questa doveva essere
cortissima, anzi quasi inesistente. Si intende, per miccia corta una miccia
a combustione rapida anziché lenta. Naturalmente, è possibile che Insabato
abbia pasticciato in proprio, in perfetta solitudine da quello strambo che
è, un rozzo ordigno di polvere nera. Abbastanza cattivo da ammazzare
qualcuno. E che tutto sia finito lì. Niente complici (a parte forse uno sul
motorino), niente mandanti, niente di niente. E' possibile che sia tanto
incapace da costruire un oggetto che gli scoppia in mano, mettendolo a
rischio della vita. Nei minuti successivi all'esplosione, quando chiedeva
aiuto e i ragazzi del "manifesto" lo hanno soccorso prima di chiunque
altro, non si sono sentite dalla sua bocca altre parole se non quelle del
dolore. Certo, un dubbio resta. La rozzezza della bomba sarebbe stata
un'ottima spiegazione anche alla sua eventuale morte. E del resto sono
sempre quelli più strambi che funzionano da specchietto delle allodole, che
vengono avvicinati per essere mandati. Con i condizionali, però, non si va
da nessuna parte. La procura di Roma sta lavorando sulle possibili piste.
Tra queste non viene esclusa neanche la possibilità di un collegamento tra
quanto accaduto ieri mattina nella redazione del "manifesto" e i due
attentati compiuti alla fine del 1999 al museo della Resistenza di Via
Tasso (23 novembre) e al cinema Nuovo Olimpia (26 novembre), dove era in
programma un film sul processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali
responsabili dello sterminio di milioni di ebrei durante la guerra. Anche
in questi casi vennero utilizzati ordigni a miccia corta, come quello
impiegato ieri. Due attentati di chiara matrice antisemita, e proprio
l'antisemitismo è sempre stato uno dei cavalli di battaglia di Insabato,
tanto da essere condannato nel 1992 per istigazione all'odio razziale dopo
aver bruciato allo statdio Olimpico una bandiera con la stella di David.
Ieri sera intanto, durante una riunione tra il prefetto della capitale
Giuseppe Romano e i responsabili delle forze dell'ordine è stato deciso di
istituire un servizio di sorveglianza alle sedi di giornali e partiti
politici che ne sono sprovvisti. Nuove misure di sicurezza che si
aggiungono a quelle già decise lo scorso 12 dicembre in occasione delle
festività natalizie.
Squadrismo e arsenali di guerra
GUIDO CALDIRON
Un gruppo di neofascisti arrestati con armi e esplosivi all'inizio del mese
a Padova. La notizia era sfuggita a molti, ma potrebbe anche assumere un
nuovo rilievo dopo l'attentato di ieri al Manifesto. Tra gli arrestati,
coinvolti in una serie di rapine compiute nella zona e legati alla scoperta
di quello che il quotidiano veneto il Mattino descrive come "un arsenale da
guerra in grado di devastare un intero quartiere", c'è anche un ex
esponente padovano del gruppo neofascista di Forza Nuova. Si tratta di
Riccardo Baggio, già candidato alle elezioni comunali per Forza Nuova,
nelle quali questa formazione dell'estrema destra ha raccolto oltre 1500
voti che, a loro dire, sarebbero poi risultati determinanti per l'elezione
dell'attuale sindaco di centro-destra della città. Baggio è stato arrestato
insieme a altri neofascisti il 5 dicembre, nel corso delle indagini su
alcune rapine, poi - erano stati nascosti in un garage - sono saltati fuori
dinamite, esplosivo, bombe a mano e detonatori. Questo solo pochi giorni
prima che Andrea Insabato, l'uomo rimasto gravemente ferito nell'attentato
contro il nostro giornale, confezionasse la sua bomba.La storia neofascista
di Andrea Insabato inizia con lo squadrismo missino del quartiere romano
della Balduina e Terza Posizione. Giovanissino Insabato segue il percorso
che, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio del decennio successivo,
porta molti giovani delle sezioni più dure del Msi della capitale, come
quelle della Balduina, di Monteverde, dell'Eur, ad aderire ai gruppi della
destra extraparlamentare o alla formazione terrorista dei Nuclei Armati
Rivoluzionari. Rimasto nell'ambiente dell'estrema destra, di lui si torna a
parlare negli anni Novanta, parallelamente alle attività del Movimento
Politico, il gruppo poi sciolto dal Ministero dell'Interno, che riunisce
militanti della precedente generazione e le nuove reclute dell'area dei
naziskin. Insabato si fa vedere tra i tifosi laziali nella curva nord
dell'Olimpico, dove viene anche denunciato per aver gridato slogan
antisemiti e bruciato una bandiera con la stella di David. Nel gennaio del
1995 è all'Hotel Ergife di Roma, quando Pino Rauti dà vita al Movimento
Sociale Fiamma Tricolore, Insabato, che è intanto approdato al
cattolicesimo ultratradizionalista del gruppo di Militia Christi, prende la
parola e dichiara: "Sto per dire delle cose che forse mi costeranno la
galera, ma io non ha mai avuto paura - e aggiunge - bisogna ricordarsi che
il vero nemico è il sionismo, quella setta ebraica che cerca con ogni mezzo
di impadronirsi del mondo". Di volta in volta, associando il suo nome a
Militia Christi, alla Comunità San Martino e al Movimento di rinascita
popolare, prende parte a iniziative dell'estrema destra contro l'aborto,
davanti a ospedali e consultori di Roma. L'antisemitismo e la crociata
contro l'aborto, connessi nella visione neonazista di difesa dell'identità
razziale e rinascita demografica italiana, rappresentano il centro della
"militanza" di Insabato negli ultimi anni. E a questo suo impegno è
riconosciuto un ruolo in tutto l'ambiente dell'estrema destra. Al punto che
lo scorso anno, quando Forza Nuova ha organizzato per due volte, a distanza
di pochi mesi, una manifestazione-concerto di fronte al Colosseo, Insabato
è intervenuto dal palco dell'iniziativa per denunciare il complotto contro
la vita ordito dal mondialismo internazionale. Era il 12 settembre del
1999. Nello stesso luogo nel cuore di Roma, il 26 giugno, Forza Nuova aveva
già organizzato un "concerto per l'Europa" e cui aveva partecipato, come
oratore, anche il parlamentare di An Teodoro Buontempo, che aveva fatto i
complimenti agli organizzatori della serata. In quella occasione Roberto
Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, aveva rivendicato per il suo
gruppo il merito di aver riportato "la destra nazionale nel centro della
Città Eterna", prima di chiudere denunciando il pericolo rappresentato per
l'Italia "dalla lobby ebraica e massonica". Anche in molte altre occasioni
esponenti della destra istituzionale hanno partecipato a incontri
organizzati da Forza Nuova. Ad esempio durante la scorsa estate nel corso
della campagna contro il World Pride che ha visto scendere in campo tutte
le componenti della destra italiana. Prima del corteo di Forza Nuova che ha
percorso il centro di Roma il 1 luglio tra slogan razzisti e omofobi e che
si è concluso sotto il balcone di piazza Venezia con un omaggio dei
presenti al Ventennio, si era svolto un incontro con numerosi ospiti. Il
ventidue giugno, con il titolo di "No al gay pride. La famiglia bastione
della società sana" era stato organizzato una sorta di convegno introdotto
da Roberto Fiore e da altri esponenti del movimento di estrema destra. Ma
la lista dei partecipanti, redatta dal "bollettino" di Forza Nuova, è ben
più lunga. Eccola in dettaglio: "Ha poi preso la parola il Professor
Possenti, dirigente responsabile per la Consulta etico religiosa di An, che
ha toccato il problema della crisi demografica e dell'attaco razzista dei
poteri forti contro il popolo italiano. Marco Ferrazzoli, giornalista del
Borghese, ha evidenziato la debolezza dell'opposizione del Polo al festival
gay e la fermezza e la generosità di Forza Nuova nella sua battaglia (...)
E' poi stata la volta di Pietro Giubilo, ex sindaco di Roma - e attualmente
esponente della maggioranza di destra della Regione Lazio - che ha
evidenziato il collegamento tra alta finanza e guerra alla famiglia.
Giubilo ha concluso apprezzando il ruolo di Forza Nuova in difesa dei
diritti naturali". Inutile forse aggiungere che il 23 agosto Roberto Fiore
sarà invitato al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini per
partecipare a un dibattito dal titolo: "Aborto: il genocidio del XX
secolo", accanto ad alcuni esponenti della destra cattolica. Fiore non si
lascia scappare l'occasione offertagli da una simile vetrina "ufficiale" e
dichiara che il suo gruppo è pronto a sostenere elettoralmente Berlusconi,
ma ad alcune condizioni. "Siamo pronti a votarlo - spiega Fiore - se
promuoverà un referendum contro l'aborto, se si impegnerà per una legge
forte contro l'immigrazione degli extracomunitari e se proporrà una legge
per favorire la natalità degli italiani". Allo stesso modo, in particolare
nel nord est, si sono avuti contatti tra questo ambiente della destra
neofascista e quello della Lega, dal sostegno in occasione del processo ai
"serenissimi", fino al recente appoggio offerto da un consigliere leghista
del comune di Verona a una iniziativa di Forza Nuova in qu ella città.
Inoltre, solo pochi giorni fa, in contemporanea con la visita romana di
Haider, Forza Nuova ha organizzato in un albergo romano un incontro
dell'estrema destra internazionale a cui hanno partecipato rappresentanti
dei giovani falangisti spagnoli e Udo Voigt, portavoce di quel partito
tedesco, la Npd, che le autorità di Berlino vorrebbero sciogliere perché
considerato come "l'ombrello legale" di quei gruppi neonazisti violenti che
hanno fatto più di centotrenta morti in Germania negli ultimi dieci anni.
Le nostre inchieste sui nazi
LIVIO QUAGLIATA - ROMA
" Che so, un réportage, un'inchiesta un po' scomoda, qualcosa che possa
aver dato particolarmente fastidio a questi fascisti....". Nel primo
pomeriggio di ieri - prima in strada, in via Tomacelli, poi direttamente in
redazione - molti giornalisti di altre testate ci chiedevano lumi in
materia, cercando non nel simbolico ma nel nostro quotidiano lavoro un pur
flebile collegamento con l'attentato di ieri. In realtà - e per fortuna -
il manifesto non è un bollettino di antifascismo militante, e in verità
l'interesse del giornale nei confronti dell'arcipelago neonazista italiano
negli ultimi anni ha occupato più (e molto puntualmente) le pagine
culturali che non quelle di stretta cronaca o di inchiesta. Ma ovviamente
anche cronache e inchieste non sono mancate, accompagnate, talvolta, da
minacce e querele da parte dei diretti interessati - o di anonimi - che
sembravano non aver particolarmente gradito il servizio. Qui di seguito
ecco alcuni esempi degli ultimi due anni che comunque - è doveroso oltre
che utile sottolinearlo - nulla dice abbiano il benché minimo collegamento
con l'attentato di ieri mattina nella sede del nostro giornale. Il 23
novembre 1999 scoppia una bomba davanti al museo romano della Resistenza,
in via Tasso. L'attentato viene rivendicato con una telefonata anonima al
113, un uomo dice di appartenere al Movimento antisionista, lo stesso
gruppo che pochi giorni dopo - il 27 novembre - rivendicherà l'attentato
davanti al cinema romano Nuovo Olimpia. Su il manifesto Carlo Lania riportò
alcuni commenti del vicepresidente dell'associazione Figli della Shoahl,
Riccardo Pacifici, che ricordò alcuni scritti "antisionisti"
dell'organizzazione integralista cattolica, Milithia Christi. La quale non
sembrò gradire. Tra settembre e ottobre del 2000 è invece la volta del
"caso Marsiglia". Il manifesto, con una serie di réportage e inchieste da
Verona a firma di Livio Quagliata e Paola Bonatelli, indaga il prolifico
mondo dell'estrema destra locale e soprattutto quello altrettanto corposo
dell'integralismo cattolico, l'uno all'altro strettamente legati. Si
ricostruiscono le attività di diversi di questi gruppi particolarmente
attivi, come per esempio Famiglia e civiltà, che nel '95 raccoglieva 15mila
firme contro le unioni omosessuali, e che in occasione del Gay pride
indiceva una "messa in riparazione il lingua latina e in rito romano antico
in espiazione della profanazione di Roma da parte degli omosessuali" (messa
patrocinata dalla Regione polista). Quando il professor Marsiglia
confesserà di essersi inventato tutto comincerà allora la fase degli
insulti e delle minacce con telefonate anonime, fax e lettere inviate in
redazione ai due cronisti. Un episodio particolarmente spiacevole vede
coinvolta la nostra collaboratrice veronese, insultata durante la seduta
del consiglio comunale da alcuni esponenti della destra. Il 10 novembre
2000 pubblichiamo invece una dettagliata inchiesta di Luca Fazio, da
Milano, in particolare sul movimento Forza Nuova: "La Fiamma è quasi spenta
- si legge nel sommario - il Fronte nazionale soffre, Forza Nuova sbanca
tutti mescolando Hitler a Seattle". L'inchiesta veniva pubblicata a ridosso
del raduno europeo che il movimento voleva tenere nel capoluogo lombardo e
che poi sfocerà in un sabato di scontri con la polizia e con militanti
dell'estrema sinistra. Nella stessa inchiesta veniva evidenziato il ruolo
anche finanziario dei due leader, Massimo Morsello e Roberto Fiore, che da
Londra - con fatturati miliardari - finanziano alcune organizzazioni
neofasciste. Anche in questo caso non abbiamo ricevuto particolari
complimenti. Infine, e ovviamente, Jörg Haider. In particolare il sabato
precedente alla sua visita dal papa, l'8 dicembre, dalle finestre della
nostra redazione volarono migliaia di fotocopie della "truce" vignetta di
Vauro pubblicata poi sul quotidiano, al momento del passaggio della
papamobile in via Tomacelli. Il giorno dopo, il sito internet di
un'organizzazione integralista cattolica sbraitava contro "I comunisti" per
l'avvenuta profanazione. Tanto più "nel sacro giorno dell'Immacolata".
Chi sono i "miliziani di Cristo"
Gruppi sparsi metà dentro e metà fuori dalla chiesa, decisi a combattere
i suoi presunti nemici
B. RA.
PI primi manifesti di Militia Christi sono apparsi a Roma verso la metà
degli anni ottanta. Mostravano un'immagine di Cristo con un grande cuore
che irradiava raggi luminosi e sotto la scritta, anch'essa in carattereri
voluminosi, Militia Christi. Nessun'altra indicazione era visibile.
L'indirizzo, scritto in calce piccolissimo, porta a un anonimo palazzo
qualunque sui cui citofoni non compare nulla che possa essere connesso,
almeno in apparenza, ai miliziani di Cristo. Ultras del cattolicesimo, a
metà tra il Medioevo e il Concilio Vaticano I, con un piede dentro e uno
fuori dalla Chiesa cattolica ufficiale: una parrocchia romana nel quartiere
Appio Tuscolano ha ospitato una riunione imdetta da loro per preparare
iniziative contro il gay pride. Il tutto si risolse con una marcia - andata
quasi deserta- da S. Maria Maggiore a S. Giovanni in Laterano. I miliziani
di Cristo probabilmente frequentano le parrocchie a titolo personale e
forse le usano per reclutare qualche adepto sui temi caldi del momento.
Sono ferocemente anticomunisti, antisemiti, omofobi e razzisti. Sognano
un'Europa riunita sotto le bandiere del cattolicesimo e da cui sia esclusa
ogni forma identificata come deviante. In primo luogo ripulita da quei
cristiani traviati che hanno dato vita al Concilio Vaticano II e che,
secondo loro, complottano - in combutta con ebrei, bolscevichi e
omosessuali, per portare alla rovina il Cristianesimo. Da un punto di vista
organizzativo di loro si sa pochissimo. Sono una vera setta chiusa e
impermeabile. Numero degli aderenti e sedi sono coperti. Le informazioni su
di loro sono deducibili dai manifesti che, con scadenza irregolare, coprono
i muri della città. Esiste un arcipelago di organizzazioni simili nel
programma ideologico e nell'ispirazione ai miliziani di Cristo. Tra le più
note l'associazione Lepanto, che ha come zona di influenza il centro
Italia, e Sodalitium, di Don Nicola Nitoglia che opera nel nord est del
paese. Quest'ultima da mesi vende via internet, del tutto indisturbata, un
pregevole libello in cui si accusano gli ebrei di usare sangue cristiano
per i loro riti e pubblica un mensile, solo per abbonati, su tutte le
malefatte dei comunisti e del Vaticano, uniti im un'improbabile lotta. Non
è chiaro come e se le anime di questo arcipelago siano in contatto tra loro
ed è altrettanto indistinto il modo con cui i singoli militanti siano
passsati o passino alle file dell'estrema destra di cui condividono fobie e
obiettivi politici. Certo è che il tasso di pericolo della loro propaganda
è stato ampiamente sottovalutato. Nel rapporto del ministero dell'interno
sui Movimenti religiosi e magici, uscito nel 1998, non si trova menzione di
nessuno di questi gruppi. Anche se la prefazione del rapporto recita: "Di
conseguenza, sopprattutto in vista dell'anno giubilare, si è ormai diffuso
il timore che singoli o gruppi incontrollati, in preda a qualche sacro
delirio ed attribuendo un particolare significato simbolico allo scadere
del secondo millennio, possano rendersi responsabili di atti cruenti o
comunque di gravi devianze".
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