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From: tactical
Date: Sat, 23 Dec 2000 16:05:24 +0100
Subject: [tacticalmedialist] estratti da il manif
 



www.ilmanifesto.it

Siamo qui

ORE 12 E 08. Una bomba esplode sulla porta della redazione del manifesto a 
Roma. E' una bomba fascista. L'attentatore, rimasto ferito nell'esplosione 
e soccorso dai giornalisti del manifesto, è Andrea Insabato, militante di 
estrema destra, da Forza Nuova a Militia Christi, uno dei fan italiani di 
Haider. In redazione si contano i danni, che sono "solo" materiali, ma per 
puro caso: se l'ordigno fosse esploso prima del previsto avrebbe potuto 
essere una strage. Subito dopo l'attentato centinaia di cittadini sono 
accorsi in via Tomacelli per esprimere la loro solidarietà: tra essi i 
principali leader politici e sindacali. Il governo riferisce in parlamento 
e l'aula si divide: il centro- destra rievoca la teoria degli opposti 
estremismi, il centro- sinistra chiede la messa al bando delle formazioni 
di estrema destra. Per tutta la giornata, mentre il lavoro in redazione 
riprende a fatica, si susseguono attestati di solidarietà: a Milano Cgil, 
Cisl e Uil convocano subito una manifestazione, oggi ne è prevista una in 
Campidoglio a Roma e altre in tante città. E' la miglior risposta possibile 
al clima torbido che accompagna una interminabile campagna elettorale e 
all'humus culturale che ha permesso lo sdoganamento dei neofascisti e 
offerto loro legittimità politica. Per conto nostro continuiamo il nostro 
lavoro, con lo spirito di sempre.



  EDITORIALE
  I nipotini di Salò
  ROSSANA ROSSANDA

Il disgraziato ci ha quasi rimesso le gambe, l'ordigno è deflagrato prima 
del tempo. Ma era venuto per uccidere: a mezzogiorno una bomba in un 
giornale fa male di certo, molti lavorano e qualcuno passa - il caso 
fortuito, strano è che in quei secondi non sia entrato e uscito nessuno. 
Nella memoria di chi stava al giornale resta il gran botto, le porte che ti 
volano davanti, i vetri che precipitano e la stupefazione di percepire nel 
medesimo attimo la morte e sentirsi vivi. Poi nelle ore che seguono la fila 
cortese dei condolenti, tutte le forze politiche - allarmata Alleanza 
Nazionale, sorprese le altre, nessun giornale era stato attaccato neanche 
ai tempi delle bombe nei treni - che si infilano attraverso il vano della 
porta ormai inesistente, gli artificieri, la polizia e la folla stupefatta 
per la strada. Il disgraziato forse non è stato mandato da nessuno, o da 
schegge che sono come nessuno. Non so se avesse in mente di rendere più 
febbrile una campagna elettorale già da tempo guasta. Ma è certo che si è 
sentito autorizzato ad ammazzare, se gli riusciva, quelli del manifesto, 
lui ex Nar e ora Militia Christi, perché il mondo cui si sente di 
appartenere è stato sdoganato in nome della buona fede di chi era fascista 
e stava con i fascisti, mentre i comunisti restano il demonio. Anche quello 
con corna e coda, perché difendono il Gay Pride, il diritto delle donne ad 
abortire, l'eutanasia e la scuola pubblica. Siamo ormai la sola idea 
condannata, quella sulla quale si sparano parole a volontà, si stringono le 
reti delle difficoltà materiali, e si spendono i sorrisi derisori della 
sinistra pentita, che per essere certa di essere viva ci considera 
irrimediabilmente defunti. Ma i rossi danno fastidio anche da 
sopravvissuti. Danno fastidio persino i rosa, come è questo giornale, non 
sospettabile di preparare la presa a mano armata di Palazzo Chigi. A dire 
il vero, come osserva Parlato che stava nei pressi della deflagrazione, non 
pensavamo di essere un obiettivo strategico. Domani sarà Natale e di questa 
bruttissima storia resteranno a noi i danni da pagare e al disgraziato le 
gambe rotte in un letto di ospedale. Quelli che si sono scrollati la 
polvere di dosso saranno ancora un po' straniti dalla sensazione di essere 
casualmente vivi mentre potevano essere non casualmente morti. Quelli che 
dubitavano alquanto delle bombe anarchiche di Milano, avendo nella memoria 
altri anarchici volati dalle finestre o a lungo arrestati al posto degli 
estremisti di destra, dubitano più che mai di quella firma. Da noi le bombe 
la tira sempre qualcuno che rimesta nel torbido. Le tirava quando i 
fascisti erano di moda soltanto nei servizi, in qualche ministero e nelle 
forze armate, figurarsi adesso che amministrano lezioni tutti i giorni e 
tutti li ascoltano assicurando che, anche se sono fascisti, in verità non 
lo potrebbero essere e in ogni caso vanno capiti. Noi ci scrolliamo di 
dosso i calcinacci ma chi sta nel palazzo e dintorni farebbe bene a 
sentirsi inquieto. Questa roba non è governabile, non bisogna lasciarle 
nessun terreno, nessuna pastura. Non cesseremo di dirlo, anche se ci da 
perfino fastidio la parte di vittime e scampati. Ma lo siamo, è andata 
così. Qualcuno ci pensi.



  EDITORIALE
  Eravamo in redazione
  RICCARDO BARENGHI

Siamo ancora qui e ci resteremo. Ma potevamo non esserci, almeno qualcuno 
di noi oggi poteva non essere più con noi. L'uomo che ci ha messo la bomba 
sulla porta che ha distrutto l'ingresso e il pianerottolo e che si è ferito 
gravemente da solo, quell'uomo non voleva fare un atto dimostrativo, 
intimidatorio o quello che volete. Quel fascista era venuto qui per 
uccidere qualcuno, e se uno di noi fosse uscito in quel momento dalla 
redazione, magari per andare al bar a prendere un caffè, ci sarebbe 
riuscito. Avevo finito di leggere i giornali, ero nella mia stanza, cioè a 
cinque metri dall'ingresso della redazione, quando un fortissimo boato mi è 
piombato addosso. Un rumore sordo, violento, pesante. Che fosse una bomba 
lo abbiamo capito subito, non era difficile. La porta della redazione era 
per terra, distrutta, il soffitto dell'ingresso anche, così come quello del 
pianerottolo, calcinacci dappertutto: e in mezzo ai calcinacci c'era 
qualcuno che gridava, urla strozzate: "Aiutatemi, aiutatemi". Un 
torrentello di sangue scorreva per terra. Qualcuno di noi si è avvicinato 
all'uomo, gli abbiamo chiesto più volte chi era, non ci ha risposto. 
Abbiamo capito allora che probabilmente era lui l'attentatore, che non 
aveva fatto in tempo a scappare ed era rimasto vittima del suo stesso 
gesto. L'unica vittima, per fortuna. Lo abbiamo anche soccorso. Non so 
quanti eravamo al giornale in quel momento, quindici, venti, stavamo per 
cominciare la riunione di redazione. La giornata si presentava più che 
tranquilla, quasi noiosa: poche notizie, l'atmosfera era già quella del 
Natale. Fino a quel minuto, quel secondo, quell'attimo. E da lì la giornata 
è cambiata: prima la paura, l'incredulità per un fatto che non era mai 
accaduto in trent'anni di vita del manifesto. Poi la polizia che ci ha 
fatto sgomberare, in fretta e furia per il timore che di bombe ce ne 
fossero altre. E l'arrivo in strada, accolti da tanti altri compagni del 
giornale che intanto stavano arrivando, da colleghi, da decine e decine di 
uomini politici, sindacalisti, personaggi della cultura. E chi non poteva 
venire, telefonava. E tutti coloro che hanno lavorato qui con noi sono 
venuti o ci hanno chiamato. E questa è stata la dimostrazione più forte di 
che cosa è il manifesto, al di là delle opinioni che esprime: un bene non 
solo della sinistra ma della politica. Ma non tutto è uguale, nella 
politica. E allora è giusto ringraziare tutti, è giusto salutare chi ci è 
venuto a esprimere solidarietà. Ma non possiamo nascondere l'imbarazzo che 
abbiamo provato quando Gianfranco Fini è arrivato sotto il giornale. Non è 
salito, siamo scesi Parlato e io, e naturalmente televisioni e giornali ci 
speculano sopra. Certo, Fini non è oggi uno che mette le bombe, e anzi le 
condanna. Ma i suoi fratelli o figli, quelli che come lui sono cresciuti 
con una certa idea in testa, chiamatela se volete cultura, e che non hanno 
fatto una loro Fiuggi, quelli le bombe le mettono ancora. E le mettono per 
uccidere. L'uomo che l'ha messa ieri qui da noi, sabato scorso era in 
piazza a manifestare la sua solidarietà ad Haider. Quell'Haider che in 
questi mesi scorazza per l'Italia libero di diffondere i suoi germi 
razzisti, nazistoidi, certamente fascisti. I fascisti appunto, anzi il 
fascismo come modo di essere prima di farsi politica: questa è la questione 
che oggi torna in campo con prepotenza, addirittura con le bombe. Peccato 
che negli ultimi dieci anni il mondo politico abbia passato il tempo a 
discutere se e quanto andassero accolti in democrazia gli eredi del 
fascismo, se e quanto fossero da comprendere i ragazzi di Salò, se e quanto 
il razzismo di Bossi fosse solo folclore. Alla fine il fascismo diventa una 
parola come tante, una parola insignificante. E il fascista trova normale 
mettere una bomba al manifesto.


  Tocca a noi
  STEFANO BENNI

C'era una fogna da scoperchiare, anni di stragi, misteri, connivenze e 
logge neanche troppo segrete. La sinistra al governo ha rinunciato a 
guardarci dentro, forse i sondaggi sconsigliavano di sondare. E la destra 
ipocrita di Fini e Berlusconi non ha mai avuto il coraggio di fare i conti 
con la sua storia insanguinata, come ha fatto, stentatamente e 
dolorosamente, una parte della sinistra non istituzionale. Questo è il 
risultato. La fogna è ancora lì, con i suoi grandi impuniti e i suoi 
piccoli soldati. Ma se è vero che vogliamo essere diversi dalla destra, non 
dobbiamo rassegnarci alla responsabilità. La democrazia, in Italia, va 
difesa giorno per giorno, non è genetica, è sulle spalle di chi la 
desidera. Tocca a noi, oggi più di ieri. Conosciamo i proclami di pulizia 
etnica di Previti, quando l'Italia avrà votato il suo epocale e 
irrevocabile destino. Possiamo impedirglielo, pur non possedendo la 
geometrica potenza della sua ideologia e dei suoi miliardi. Possiamo 
impedirglielo senza reclutamenti e bombe. Tra la politica da salotto 
televisivo e il terrorismo c'è qualcosa che qualcuno continua a praticare, 
e molti altri potrebbero ancora scegliere: è la lotta serena e feroce delle 
idee e delle differenze, delle rinunce e delle sfide. Non mi interessa 
parlare di fascisti e di nemici, mi interessa parlare di compagni e amici 
che in questi anni ho avuto al mio fianco, a tratti gioiosamente, altre 
volte litigiosamente, ma sempre con stima e fratellanza. La destra non 
vuole la democrazia civile, tutt'al più una vivibilità aziendale del paese. 
E la sinistra istituzionale è pronta a sacrificare alla governabilità, 
all'economia, al potere mediatico, fette sempre più grandi di democrazia. 
Questi eventi possono terrorizzare, incattivire, stupire, trovare 
impreparati molti. Ma non noi. Noi possiamo provare disgusto, paura, pietà 
ma non possiamo indietreggiare, né paralizzarci, né semplificarci in 
risposte simmetriche e irose. Questi eventi devono dare più responsabilità, 
e più necessità alle nostre idee, più desiderio di una democrazia non 
insanguinata, più volontà di scoperchiare la fogna. Guai a dividerci, guai 
a cercare frettolosi recinti di sopravvivenza partitica e ideologica. Una 
volta scrissi che la democrazia era qualcosa che i centri sociali capivano 
e desideravano molto più di Berlusconi. Lo confermo. Figuriamo il 
manifesto, che discuteva di dissenso e democrazia all'Est quando ancora il 
Papa scriveva commedie. Tocca a noi, amici, compagni ed esuberi, a noi più 
che a tutti gli altri, in modo totale e non rinviabile. I lamenti, le 
delusioni, le verdette, le rivalse, lasciamole al mondo della piccola 
politica e del videocentrismo indifferente. Possiamo ancora vivere in un 
paese democratico, ma questo non verrà deciso il giorno del voto. Il sogno 
della sinistra che cambiava il mondo forse non esiste più. Ma la quotidiana 
fatica di battersi per le idee e le differenze della sinistra, esiste 
ancora. Questo è l'unico disinnesco di tutte le bombe. E chissà che non lo 
capisca anche chi, al governo, avrebbe dovuto capire, battersi e agire da 
un pezzo. Un po' di verità, vale l'un per cento di meno nei sondaggi?




  Sulla porta del nostro quotidiano
  Un boato, i calcinacci, le urla. Alle 12 e 08 l'esplosione della bomba. 
Era per noi, poteva uccidere.
  Cronaca dall'interno del manifesto
  ROBERTO ZANINI - ROMA

La bomba è un sapore di calcinacci in bocca, una puzza di polvere da sparo, 
uno stupore che rende irriconoscibili le cose e le persone. Poi viene tutto 
il resto, che non è meglio. Mezzogiorno paccato e non accade nulla, il 
terzo cappuccino di plastica del distributore in fondo al corridoio, il 
pacco dei giornali, i soliti cartelli con la firma del direttore che 
impongono a tutti la riunione alle 12 - nessuno arriva in orario, e adesso 
nessuno ci arriverà più. Riccardo pianta le mani sul tavolo del 
caporedattore di turno, io. "Zanì, non accade nulla, come lo facciamo 'sto 
giornale?", Francesco transita in tempo per sentire la risposta: "Ci 
vorrebbe una bella catastrofe da qualche parte". Banalità prenatalizie. I 
mattinieri sono pochi, al manifesto. Saremo una quindicina, forse venti. 
Riccardo se ne va nella sua stanza da direttore, minuscola come le altre ma 
con un divanetto reduce da un cambio d'arredamento. Galapagos, Roberto e 
Antonio sono in fondo al corridoio, all'economia, i più lontani dalla 
vecchia e robusta porta d'ingresso, coetanea del palazzo. Tommaso è agli 
esteri, la stanza precedente. Bruna è in archivio, un armadio di ferro 
pesante e zeppo copre una seconda porta che esce sul pianerottolo 
esattamente di fronte a quella principale. Giuseppina e Benedetto sono alla 
cultura, altra stanza con portone sul pianerottolo, anche questo coperto da 
un armadione stipato di libri. Lia e Pupa sono in segreteria, il primo 
locale dentro il portone. Stefano sistema la posta nel casellario, 
esattamente a fianco del portone. Fuori c'è Guido che mi aspetta da un paio 
di minuti, piantato davanti alla solita porta. Non vuole entrare perché non 
riusciremo mai a chiacchierare in pace, col telefono che squilla e i 
compagni che passano. Esco. Un ascensore è occupato, l'altro è rotto da 
mesi. Scendiamo le scale al trotto, siamo al terzo piano. Sono le dodici e 
otto minuti. Lo scoppio è talmente forte che non si capisce da dove viene, 
la portinaia esce con il terrore sulla faccia. Il rumore di vetri che 
cadono copre tutto. Quando finisce la pioggia di cocci, si sente solo una 
voce strozzata che viene da sopra: "Aiutatemi, aiutatemi". L'ascensore è 
bloccato al quarto piano e ci resterà, la corrente elettrica è saltata. 
Risalire, subito. Dalle scale scendono due ragazze, sono giovani, escono 
terrorizzate da un ufficio. Al primo piano ci sono vetri per terra e la 
polvere comincia a entrare nel naso. Al secondo tutti i vetri sono caduti e 
cominciano i calcinacci. Nell'angolo in fondo al corridoio ci sono pezzi di 
intonaco e mattoni sul pavimento. Proprio sopra, sul soffitto, c'è un buco 
da stringere lo stomaco. Sopra quel buco, lo so, c'è la porta del 
manifesto. Nella tromba delle scale le vetrate sono state spazzate via. 
Qualche altro scalino e siamo lì. E' buio che non ci si vede nemmeno con 
gli accendini, c'è polvere dappertutto, puzza di esplosivo. L'onda d'urto 
ha piegato le porte metalliche degli ascensori, chiuse. Davanti alle porte 
c'è un fagotto che si lamenta, è sbattuto per terra come uno straccio, i 
vestiti a brandelli, una testa di capelli grigi. Non si capisce chi è, 
maledizione, magari è uno dei nostri. Dal piano di sopra è sceso Maurizio, 
Maurizio Ferrini. E' l'amministratore delegato della Poster, la nostra 
concessionaria di pubblicità. Si avvicina a quella cosa che si lamenta, gli 
si accovaccia accanto. "Aiutatemi, muoio, sto gelando, sto morendo". 
Maurizio gli cinge le spalle, nel buio indovina un corpo, la gamba destra a 
brandelli, della sinistra si vede spuntare un osso bianco. E' pieno di 
sangue, tumefatto, irriconoscibile. Si grida, ma sottovoce. Luce, luce, una 
cintura per fermare il sangue, occhio a dove metti i piedi. Benedetto ha le 
mani davanti al volto, prende la mia cintura, l'avvocato che ha lo studio 
sul pianerottolo fa più in fretta. Nessun altro ha percorso le scale dal 
momento del'esplosione. La cintura viene stretta intorno alla coscia 
dell'uomo per terra. Come ti chiami, da dove vieni? "Mi chiamo..." e 
farfuglia un nome, non vuole dirlo, non si capisce. Poi lo ripete, e questa 
volta è comprensibile: "Insabato, Andrea Insabato". Aggiunge: "Io allevo 
cani". Sembra lucido, anche se ha le ossa fuori dalla carne. Guido mi tocca 
la faccia, e io a lui. Non ci siamo fatti nulla, nessun altro sembra 
essersi fatto nulla. Per terra ci sono lastre di marmo divelte dalle 
pareti. L'onda d'urto ha piegato le sbarre delle porte blindate, dai 
portoni diventi filtra un poco di luce. Il soffitto è completamente 
distrutto, ci sono calcinacci per tutto il pianerottolo, un accendino verde 
per terra. Una scia di sangue collega l'ingresso al fagotto tumefatto steso 
a terra. C'è una scarpa, pezzi di qualcosa che potrebbe essere un frammento 
d'intonaco, un dito, un pezzo d'osso. La grande insegna a fianco della 
porta è stata spazzata via, il neonato con il pugnetto chiuso è 
accartocciato per terra, la rivoluzione non russa, sparso a pezzi sul 
pavimento. La porta principale è divelta, compresa l'intelaiatura. Ci avevo 
litigato l'altra sera, uscendo per ultimo dal giornale. Non si chiudeva, e 
pensavo: che roba, già è sempre aperta tutto il giorno. In redazione, 
l'ingresso è distrutto. Stefano piange in silenzio. Era il più vicino 
all'esplosione, appena coperto dall'angolo di un muro, mezzo metro più a 
sinistra e addio. Il controsoffitto è crollato. La porta di fronte è quella 
dell'archivio: sfondata. Nella stanza, l'armadione carico di libri e 
giornali è volato sopra le scrivanie, spiaccicando tavoli e sedie. Ci 
lavora Stella, di solito, a quest'ora. I bagni vicini all'archivio hanno i 
vetri distrutti, i cocci ricoprono i water. Nella stanza della cultura, 
l'onda d'urto ha piegato le sbarre d'acciaio che blindano la porta, 
scardinandola. C'era un armadio appoggiato all'interno: è finito in mille 
pezzi sulla scrivania di Giuseppina (con lei seduta al tavolo, salvata da 
un altro provvido angolo di muro). Libri e cocci si mischiano per terra. Se 
quel tizio entrava, lui e la sua bomba, quanti compagni ammazzava? Arrivano 
due vigili del fuoco - il loro capo è lo stesso di quando, molti anni fa, 
qualcuno ci bruciò alcune bobine di catta. Arriva la Croce rossa, caricano 
il fagotto su una barella. Arriva la polizia, scendere, scendere tutti. 
All'entrata del palazzo è pieno di divise. Arriva Rutelli. Viene circondato 
di persone dall'aria ufficiale. Gli spiegano com'è andata, un colonnello 
dei carabinieri gli dice "sa, gli estremismi...".



  Un giornale di strada
  FRANCESCO PATERNO' - ROMA

Via Tomacelli, il nostro luogo di lavoro da trent'anni, un indirizzo che 
per molti è sinomimo del giornale. Qui è esplosa la bomba, qui ieri abbiamo 
ricevuto la più grande manifestazione di solidarietà della nostra storia. 
Con la presenza fisica, con mille telefonate, messaggi e telegrammi, con 
strette di mano, con Internet. Un'intensità che ci ha un po' sorpreso, pure 
abituati a sopravvivere in alcuni momenti grazie al contributo di lettori e 
non lettori. Gli unici a non farsi vedere né a telefonare sono stati quelli 
di Forza Italia. Lo diciamo con piacere, sia chiaro. Tutto comincia con la 
bomba che esplode davanti alla porta del terzo piano, dove la redazione si 
è trasferita da alcuni anni dal leggendario quinto piano. Il tempo di 
contarci noi presenti e vivi, di soccorrere l'attentatore, di vederci 
qualcosa in mezzo al fumo. La strada viene bloccata. Vengono i brividi: una 
settimana fa erano in visita al giornale 25 bambini di una terza elementare 
romana con le loro maestre. Via Tomacelli si riempe di gente, nota e 
sconosciuta. Le impiegate della nostra libreria in dismissione sono in 
lacrime, la tensione si allenta solo quando si viene a sapere anche fuori 
che nel palazzo non ci sono vittime e feriti, oltre all'attentatore. Il 
senatore verde Luigi Manconi è uno dei primi ad arrivare, ma sarà una 
processione. Proviamo a raccontarla questa solidarietà istituzionale, forse 
non tutta vera, ma sorprendentemente calorosa. Si vedono tra i primi Walter 
Veltroni ("Un giornale libero", grazie) e il candidato premier Francesco 
Rutelli, il segretario della Cgil Sergio Cofferati e il direttore di 
Repubblica Ezio Mauro. Il ministro dell'interno Enzo Bianco arriva con il 
curriculum dell'attentatore, ci conferma che è un estremista di destra ben 
conosciuto. Si vedono il sottosegretario agli interni Massimo Brutti e 
quello alla giustizia Franco Corleone, il ministro delle politiche 
comunitarie Gianni Mattioli e l'eurodeputata diessina Pasqualina 
Napoletano: bene, anche un pezzo d'Europa è con il manifesto. Noi del 
giornale siamo presi d'assalto dagli altri giornalisti, vogliono sapere i 
fatti e i perché, un po' rispondiamo pensando che questa volta è proprio 
bella poterla raccontare. Ogni tanto qualcuno ci abbraccia, sono i nostri 
colleghi emigrati negli anni verso altri media, ora sono tornati così in 
tanti che insieme potremmo fare due giornali. Chi non è potuto venire ha 
chiamato, un altro - non potendosi muovere dal suo nuovo luogo di lavoro - 
telefonava a chi scrive per dare le ultime notizie. Così abbiamo 
improvvisato un giornale di strada, tanto per non sentirci tagliati fuori 
in attesa di poter rientrare in redazione. In via Tomacelli si vedono 
ancora Famiano Crucianelli, Valdo Spini, Gianni Cuperlo che lavora con 
Massimo D'Alema alla vicina Fondazione italianieuropei, c'è Sandro Curzi e 
il direttore del Tg5 Enrico Mentana, spunta perfino una delegazione di 
Alleanza nazionale. "Dov'è il direttore, dov'è il direttore", lo cerca 
nientemeno che Pieferdinando Casini, sono le 14 e il collettivo del 
giornale si dà appuntamento nella sala riunioni della libreria, che riapre 
per noi per l'ultima volta. Sotto la saracinesca s'infila per pochi minuti 
Clemente Mastella, poi ci sediamo per parlarci tutti insieme e impostare il 
giornale che oggi leggete. Cediamo una poltroncina a Pietro Ingrao, che 
sottolinea come l'attentato a il manifesto possa essere ricollegato al 
clima di legittimazione della destra sulla scia di quanto avvenuto con Jörg 
Haider, il leader del partito razzista austriaco. Con noi siede anche il 
ministro del lavoro Cesare Salvi, che subito indica la strada di un 
possibile scioglimento di quei gruppi di estrema destra da cui proviene 
l'attentatore del giornale. Sono le 16 quando polizia e pompieri ci danno 
semaforo verde per risalire in redazione e accendere i computer. E' 
difficile fare un giornale mentre telefoni e cellulari squillano 
ininterrottamente: è la solidarietà, bellezza - ci diciamo tanto per 
allentare la tensione. Un trillo viene dall'alto, dal Colle: è il 
presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi che ci vuole manifestare a 
voce tutta la sua vicinanza, il telegramma (arrivato puntualissimo) non gli 
basta. Telefona anche Stefano Rodotà, Ersilia Salvato, Ermete Realacci - 
sicuro che qualcuno lo abbiamo dimenticato - in serata chiama Oscar Luigi 
Scalfaro ("una telefonata affettuosa", riferisce Valentino Parlato). 
Gianfranco Fini viene di persona in via Tomacelli, in strada incontra il 
nostro direttore e subisce qualche contestazione. Superando calcinacci, 
pezzi di portone sdraiati, pompieri efficienti e poliziotti, al terzo piano 
di via Tomacelli sale invece Massimo D'Alema. Si ferma con noi a 
chiaccherare amichevolmente un quarto d'ora, poi entra il direttore del Tg1 
Albino Longhi e anche Eugenio Scalfari. In tutto questo bel rivedersi, noi 
cerchiamo di non prendere buchi, ci mancherebbe. E lì, dove poco dopo 
mezzogiorno è esplosa la bomba, cogliamo l'ultimo atto di quella che poteva 
essere una tragedia: "Ecco la scarpa dell'attentatore", dice uno della 
scientifica. "Beato te, gli risponde una giovane collega - a me stamattina 
è toccato raccogliere brandelli di ossa".




  Qualcuno urla: "E' una bomba"
  In via Tomacelli non c'è solo il manifesto. Il panico raccontato dagli altri
  TIZIANA BARRUCCI - ROMA

"Mi passano davanti ogni giorno in tanti, molti fattorini nemmeno chiedono 
a quale piano è il manifesto, ci vanno e basta, lo sanno che è al terzo". 
Ha il tono di chi vuole quasi difendersi Maria, la portiera di via 
Tomacelli 146, ancora sotto choc. "E' Natale, sa quanti pacchi portano?". 
Ha visto l'attentatore salire? "Non lo so, forse, ma che vuole che gli 
dicessi?". "E meno male che non è scoppiata da noi in portineria - esclama 
il marito di Maria, Pacifico - abbiamo sentito tremare tutto, sembrava che 
qualcosa fosse sucesso alle fondamenta del palazzo, dopo il botto grande 
subito un altro: era un pezzo dell'ascensore che si è schiantato laggiù. Ho 
pensato a una bomba, sono stato richiamato dai lamenti. Sono salito, era 
buio, e ho visto un uomo in terra e tutto il resto". Il boato, il rumore 
delle finestre in frantuni, così come il fumo e l'odore di bruciato hanno 
fatto da sfondo a scene di panico anche negli altri piani dello stabile, 
sopra e sotto la nostra redazione. A pochi metri dalla porta del manifesto 
c'è lo studio dell'avvocato Alaimo: "Sono uscito per le scale, era buio, 
c'era un uomo per terra, attorno alcune persone. C'era bisogno di una 
cintura per bloccare la ferita, me la sono sfilata. L'uomo urlava, e 
pregava, pregava...". "Ho pensato subito ad una bomba", racconta Tiziana, 
dell'ufficio di Kataweb Local, che con KwArt si trova al secondo piano, 
sotto il manifesto. "Abbiamo capito che era scoppiata nelle scale - 
continua Cinzia - siamo scesi di corsa, tanto che una ragazza è inciampata 
nei calcinacci per le scale e si è slogata una caviglia". "Eravamo tutti e 
dieci in servizio, così come ci vedi ora, ai computer - ricorda un altro 
redattore di KwArt, Fabio - lo spostamento d'aria è arrivato fino a qui, 
per fortuna la porta era spalancata". Anche Fabio, con un suo collega, 
Andrea, è stato richiamato dai lamenti "ma era buio, c'era tanto fumo, non 
si respirava, siamo riscesi a prendere dei fazzoletti bagnati". Mentre il 
direttore di Kataweb, Paolo Vagheggi, tira un sospiro di sollievo: "Se 
qualcuno fosse stato in bagno, sarebbe finito male - spiega mostrando il 
piccolissimo bagno, dove i vetri della finestra sono saltati finendo in 
frantumi sul pavimento". Pensavano che fosse scoppiata una bombola, o che 
lo scoppio venisse dalla strada, i dipendenti del quinto piano, dove si 
trovano amministrazione e grafici del manifesto. "Uno scoppio secco, poi i 
vetri e il pavimento che tremava - racconta Anna. - Ci siamo subito 
affacciati alle finestre, ma poi abbiamo visto e sentito il fumo arrivare 
dalla porta, la luce è saltata. Per un attimo siamo rimasti immobilizzati: 
e se ne scoppia un'altra? Qualcuno ha pianto". Nei locali c'erano una 
decina di persone, ma non Roberto, che era andato a fare gli auguri agli 
amici dell'agenzia di viaggi, accanto alla libreria del manifesto, al piano 
terra: "Per poco non mi sono trovato per le scale, o nell'ascensore - 
sorride, sapendo di averla scampata - ho sentito il boato, il mio primo 
pensiero è stato salire qui, per vedere se i compagni stavano bene".



  Salvo l'attentatore
  Andrea Insabato, il terrorista che ha messo la bomba
  CINZIA GUBBINI - ROMA

Andrea Insabato - ricoverato all'ospedale San Camillo - non perderà la 
gamba destra, ma gli è stata amputata una falange della mano sinistra e 
ricostruita la tibia rotta in due punti. Non ha mai perso conoscenza: 
"faceva finta di non capire - racconta uno degli agenti che lo ha 
piantonato - diceva di dover andare in bagno, di avere sete". Fuori 
dall'ospedale molte le voci su Insabato. Diverse fonti affermano che 
reclutava mercenari per andare a combattere in Croazia. Pensava a un Kosovo 
cristiano, in cambio di Istria e Dalmazia. Sul suo sito internet appare un 
appello per "la pace nei Balcani" e per "costruire la nuova Europa, 
cristiana, al di fuori della Nato, con una lingua comune neolatina". Un 
uomo ben conosciuto, che ora tutti negano di aver mai appoggiato. "Un cane 
sciolto", lo definisce Roberto Fiore, ex Terza posizione (come Insabato) e 
attuale leader di Forza Nuova, che da tutta la colpa ai Ds, responsabili di 
"aver fomentato la rabbia dei centri sociali". "Lungi da noi averlo nelle 
nostre fila", rincara Paolo Caratossidis, dirigente nazionale di Forza 
Nuova. Eppure solo sabato scorso, in occasione della visita di Haider in 
Vaticano, Insabato è stato fermato dalla Digos a piazza Adriana: aveva in 
mano numerosi volantini e adesivi proprio di Forza Nuova. Pare addirittura 
che abbia avuto un ruolo di primo piano nell'organizzazione della 
convention del movimento a Cernobbio contro la globalizzazione. 
Sicuramente, da ragazzo, ha militato nell'Msi nella stessa sezione di 
Storace. Ma Insabato è prima di tutto e indiscutibilmente un integralista 
cattolico. "Un uomo pio", lo definisce il fratello Carlo. Tanto da fondare 
un gruppo tutto suo, Rinascita cristiana, strettamente legato alla 
famigerata Militia Christi. Sabato, durante la manifestazione pro Haider, 
ad Angelo Mastrandrea de il manifesto ha detto: "Sono qui per portare la 
solidarietà del mio movimento a Haider, il Movimento per la rinascita 
cristiana". Portava 3 bandiere, due crociate e una palestinese. A un altro 
cronista dichiarava: "Mi piacciono Mussolini e Che Guevara". Uno dei suoi 
cavalli di battaglia era la lotta contro l'aborto: in una scuola romana è 
stato notato mentre appendeva foto di feti abortiti. E il fratello 
conferma: "Ha capeggiato manifestazioni antiabortisite, ma non farebbe mai 
del male". Secondo Carlo Insabato, infatti, suo fratello è più tipo da 
"atti dimostrativi". Come quando nel '92 bruciò una bandiera con la stella 
di Davide allo stadio (un anno e mezzo per istigazione all'odio razziale). 
Mai rinunciato allo stadio, tifoso sfegatato della Lazio. La curva è una 
delle sue grandi passioni, come quella per i cani. Attualmente gestisce un 
servizio di dogrunning nella zona Balduina (storicamente zoccolo duro della 
destra romana), dopo un'impresa fallita come allevatore. Pare sia molto 
riservato nella vita privata, gran lavoratore. Classe 1959, Insabato 
all'epoca dei suoi studi universitari in giurisprudenza era un personaggio 
famoso, carismatico. In Terza posizione era considerato addirittura un 
ideologo. In passato è stato imputato di reati di partecipazione ed 
associazione sovversiva e banda armata, da cui però fu assolto per 
insufficienza di prove nell'85. Da circa 5 anni si era dedicato a una 
militanza a latere, d'inverno scendeva in strada per distribuire le coperte 
ai barboni. "Secondo me non sapeva che dentro quel pacco ci fosse 
dell'esplosivo - ipotizza il fratello - non farebbe mai male a una persona, 
lo giuro. Può darsi che qualcuno lo abbia ricontattato e lo abbia 
incastrato - insiste - si sa, il suo nome fa sempre notizia".


  Un terrorista solitario?
  CARLO LANIA

  DARIA LUCCAROMA

Uno zainetto, molto probabilmente. Una bella quantità di polvere da fuochi 
d'artificio, sicuramente. Una miccia a combustione. E qui sta forse 
l'enigma della bomba che ieri mattina, poco dopo mezzogiorno, ha divelto 
muri e porte de il manifesto: perché è scoppiata prima che l'attentatore 
avesse il tempo di mettersi in salvo? Ma andiamo con ordine, cominciando 
dal fondo. Il verbale di arresto per Andrea Insabato, redatto dalla polizia 
mentre i medici decidevano se la gamba andava tagliata o no, ipotizza il 
reato di strage. Oltre, ovviamente, a quello di fabbricazione e detenzione 
di materiale esplosivo. Era solo, Insabato, quando è venuto a compiere la 
sua "missione"? Gli inquirenti cercano un complice, hanno detto e ripetuto 
agenzie di stampa e televisioni. Sgomberiamo subito il campo su questo 
punto. Dalle ricostruzioni effettuate all'interno del giornale, tra 
redattori e altre persone presenti al fattaccio, non sembra che nessuno 
abbia percepito la presenza di uno più supporti nelle dirette vicinanze. Lo 
si deduce dalla corsa all'indietro, dal basso verso il terzo piano, del 
caporedattore Roberto Zanini, che precipitandosi dopo lo scoppio, non ha 
incontrato alcuna persona. Né chi è sceso dal quarto piano, in soccorso, 
come Maurizio Ferrini, ha visto altri se non il ferito, Insabato. D'altra 
parte, nella perquisizione successiva dentro la sua abitazione, sarebbero 
emersi elementi sufficienti a lasciare ipotizzare la comparsa in scena di 
uno o più complici. Ad esempio, l'attentatore aveva due telefonini 
portatili a disposizione. Preziosissimi, per gli investigatori che potranno 
ripercorrere tutto il filo delle chiamate effettuate e ricevute. In casa, 
sono stati trovati anche parecchi volantini. Insomma, materiale sufficiente 
ad ordinare, insieme ai precedenti del ferito, una lunga serie di 
perquisizioni in città e nel Lazio. Una cinquantina di controlli ad 
esponenti di Forza Nuova, del Movimento Politico e di Militia Christi. Ma 
tutto ciò ancora non ci spiega l'enigma di inizio: la miccia. Era solo o 
no, Insabato? Di certo non era accompagnato da nessuno giovedì pomeriggio, 
quando si è affacciato davanti alla segreteria di redazione con aria 
leggermente smarrita e si è rivolto al nostro segretario di redazione, 
Stefano Crippa. "Perché non organizzate una manifestazione pro Palestina?", 
ha chiesto. Stefano era qui, ieri mattina, e ha cominciato a individuare 
qualcosa di già visto, nella fisionomia dell'attentatore quando i tg hanno 
mandato in onda una sua antica intervista, di dieci anni fa. "Quello che ho 
visto aveva al collo una kefia di colore bianco nero, ed era certo più 
vecchio. Infatti, l'ho riconosciuto poi quando è andato in onda il servizio 
recente, che lo riprendeva alla manifestazione in favore di Haider. Credo 
proprio che fosse lui". Se lo era, è rimasto pochissimi minuti. Il tempo 
necessario comunque a dare un'occhiata al luogo dove, il giorno seguente, 
doveva ritornare con un carico mortale. Perché non c'è dubbio che quel 
chilo circa di esplosivo doveva fare male. Per l'ora in cui è stato 
collocato (in quei minuti comincia di solito la riunione di redazione e c'è 
un gran via vai di redattori) e per i danni provocati che, a posteriori, 
danno un'idea del potenziale. Non era un ordigno ad alto potenziale, dove 
per alto si intende che facesse crollare l'intero palazzo del "manifesto", 
un robusto edificio di cinque piani, due scale e due androni. Ma una bomba 
di medio potenziale sì, che poteva uccidere. E torniamo alla miccia. 
Insabato sarebbe arrivato in Via Tomacelli grazie a un motorino, uno Sfera 
della Piaggio. Era posteggiato in Piazza Augusto Imperatore dove, nel 
pomeriggio, è stato trovato dagli agenti. Ma è venuto fin qui portando da 
solo l'ordigno, oppure un complice lo ha accompagnato (a Roma viaggiare in 
due sul motorino è la norma) ed è fuggito a piedi quando ha sentito lo 
scoppio? Insabato comunque entra nell'atrio, imbocca l'androne di sinistra 
e opta per l'ascensore. L'unico che funziona, dato che l'altro è da mesi 
fuori uso. Roberto Zanini, infatti, quando scende nota che l'ascensore è 
occupato. Insabato deve essere salito fino al quarto piano, forse per non 
essere notato sul luogo del delitto da qualcuno dotato di buona memoria. 
Ripassando al terzo, si avvicina alla porta del "manifesto" e appoggia lo 
zaino, o la borsa. Forse la bomba era protetta da un involucro di plastica, 
per tenere uniti i due componenti di esplosivo più tardi recuperati dalla 
polizia scientifica: polvere pirica e polvere da cava. Un chilo, poco più. 
E qui c'è l'enigma. Insabato mostra ferite complesse. L'esplosione gli ha 
danneggiato una mano e il volto. Ma le parti più colpite sono le gambe, 
soprattutto la sinistra. L'impressione degli investigatori è che l'uomo 
fosse accovacciato. E, si può aggiungere, nell'atto di accendere la miccia, 
visto che un accendino verde è schizzato via verso l'ultimo gradino della 
rampa che sale, in modo tale da essere poi trovato dagli agenti. Miccia 
corta, diceva James Coburn in "Giù la testa". Sì, ma questa doveva essere 
cortissima, anzi quasi inesistente. Si intende, per miccia corta una miccia 
a combustione rapida anziché lenta. Naturalmente, è possibile che Insabato 
abbia pasticciato in proprio, in perfetta solitudine da quello strambo che 
è, un rozzo ordigno di polvere nera. Abbastanza cattivo da ammazzare 
qualcuno. E che tutto sia finito lì. Niente complici (a parte forse uno sul 
motorino), niente mandanti, niente di niente. E' possibile che sia tanto 
incapace da costruire un oggetto che gli scoppia in mano, mettendolo a 
rischio della vita. Nei minuti successivi all'esplosione, quando chiedeva 
aiuto e i ragazzi del "manifesto" lo hanno soccorso prima di chiunque 
altro, non si sono sentite dalla sua bocca altre parole se non quelle del 
dolore. Certo, un dubbio resta. La rozzezza della bomba sarebbe stata 
un'ottima spiegazione anche alla sua eventuale morte. E del resto sono 
sempre quelli più strambi che funzionano da specchietto delle allodole, che 
vengono avvicinati per essere mandati. Con i condizionali, però, non si va 
da nessuna parte. La procura di Roma sta lavorando sulle possibili piste. 
Tra queste non viene esclusa neanche la possibilità di un collegamento tra 
quanto accaduto ieri mattina nella redazione del "manifesto" e i due 
attentati compiuti alla fine del 1999 al museo della Resistenza di Via 
Tasso (23 novembre) e al cinema Nuovo Olimpia (26 novembre), dove era in 
programma un film sul processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali 
responsabili dello sterminio di milioni di ebrei durante la guerra. Anche 
in questi casi vennero utilizzati ordigni a miccia corta, come quello 
impiegato ieri. Due attentati di chiara matrice antisemita, e proprio 
l'antisemitismo è sempre stato uno dei cavalli di battaglia di Insabato, 
tanto da essere condannato nel 1992 per istigazione all'odio razziale dopo 
aver bruciato allo statdio Olimpico una bandiera con la stella di David. 
Ieri sera intanto, durante una riunione tra il prefetto della capitale 
Giuseppe Romano e i responsabili delle forze dell'ordine è stato deciso di 
istituire un servizio di sorveglianza alle sedi di giornali e partiti 
politici che ne sono sprovvisti. Nuove misure di sicurezza che si 
aggiungono a quelle già decise lo scorso 12 dicembre in occasione delle 
festività natalizie.



  Squadrismo e arsenali di guerra
  GUIDO CALDIRON

Un gruppo di neofascisti arrestati con armi e esplosivi all'inizio del mese 
a Padova. La notizia era sfuggita a molti, ma potrebbe anche assumere un 
nuovo rilievo dopo l'attentato di ieri al Manifesto. Tra gli arrestati, 
coinvolti in una serie di rapine compiute nella zona e legati alla scoperta 
di quello che il quotidiano veneto il Mattino descrive come "un arsenale da 
guerra in grado di devastare un intero quartiere", c'è anche un ex 
esponente padovano del gruppo neofascista di Forza Nuova. Si tratta di 
Riccardo Baggio, già candidato alle elezioni comunali per Forza Nuova, 
nelle quali questa formazione dell'estrema destra ha raccolto oltre 1500 
voti che, a loro dire, sarebbero poi risultati determinanti per l'elezione 
dell'attuale sindaco di centro-destra della città. Baggio è stato arrestato 
insieme a altri neofascisti il 5 dicembre, nel corso delle indagini su 
alcune rapine, poi - erano stati nascosti in un garage - sono saltati fuori 
dinamite, esplosivo, bombe a mano e detonatori. Questo solo pochi giorni 
prima che Andrea Insabato, l'uomo rimasto gravemente ferito nell'attentato 
contro il nostro giornale, confezionasse la sua bomba.La storia neofascista 
di Andrea Insabato inizia con lo squadrismo missino del quartiere romano 
della Balduina e Terza Posizione. Giovanissino Insabato segue il percorso 
che, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio del decennio successivo, 
porta molti giovani delle sezioni più dure del Msi della capitale, come 
quelle della Balduina, di Monteverde, dell'Eur, ad aderire ai gruppi della 
destra extraparlamentare o alla formazione terrorista dei Nuclei Armati 
Rivoluzionari. Rimasto nell'ambiente dell'estrema destra, di lui si torna a 
parlare negli anni Novanta, parallelamente alle attività del Movimento 
Politico, il gruppo poi sciolto dal Ministero dell'Interno, che riunisce 
militanti della precedente generazione e le nuove reclute dell'area dei 
naziskin. Insabato si fa vedere tra i tifosi laziali nella curva nord 
dell'Olimpico, dove viene anche denunciato per aver gridato slogan 
antisemiti e bruciato una bandiera con la stella di David. Nel gennaio del 
1995 è all'Hotel Ergife di Roma, quando Pino Rauti dà vita al Movimento 
Sociale Fiamma Tricolore, Insabato, che è intanto approdato al 
cattolicesimo ultratradizionalista del gruppo di Militia Christi, prende la 
parola e dichiara: "Sto per dire delle cose che forse mi costeranno la 
galera, ma io non ha mai avuto paura - e aggiunge - bisogna ricordarsi che 
il vero nemico è il sionismo, quella setta ebraica che cerca con ogni mezzo 
di impadronirsi del mondo". Di volta in volta, associando il suo nome a 
Militia Christi, alla Comunità San Martino e al Movimento di rinascita 
popolare, prende parte a iniziative dell'estrema destra contro l'aborto, 
davanti a ospedali e consultori di Roma. L'antisemitismo e la crociata 
contro l'aborto, connessi nella visione neonazista di difesa dell'identità 
razziale e rinascita demografica italiana, rappresentano il centro della 
"militanza" di Insabato negli ultimi anni. E a questo suo impegno è 
riconosciuto un ruolo in tutto l'ambiente dell'estrema destra. Al punto che 
lo scorso anno, quando Forza Nuova ha organizzato per due volte, a distanza 
di pochi mesi, una manifestazione-concerto di fronte al Colosseo, Insabato 
è intervenuto dal palco dell'iniziativa per denunciare il complotto contro 
la vita ordito dal mondialismo internazionale. Era il 12 settembre del 
1999. Nello stesso luogo nel cuore di Roma, il 26 giugno, Forza Nuova aveva 
già organizzato un "concerto per l'Europa" e cui aveva partecipato, come 
oratore, anche il parlamentare di An Teodoro Buontempo, che aveva fatto i 
complimenti agli organizzatori della serata. In quella occasione Roberto 
Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, aveva rivendicato per il suo 
gruppo il merito di aver riportato "la destra nazionale nel centro della 
Città Eterna", prima di chiudere denunciando il pericolo rappresentato per 
l'Italia "dalla lobby ebraica e massonica". Anche in molte altre occasioni 
esponenti della destra istituzionale hanno partecipato a incontri 
organizzati da Forza Nuova. Ad esempio durante la scorsa estate nel corso 
della campagna contro il World Pride che ha visto scendere in campo tutte 
le componenti della destra italiana. Prima del corteo di Forza Nuova che ha 
percorso il centro di Roma il 1 luglio tra slogan razzisti e omofobi e che 
si è concluso sotto il balcone di piazza Venezia con un omaggio dei 
presenti al Ventennio, si era svolto un incontro con numerosi ospiti. Il 
ventidue giugno, con il titolo di "No al gay pride. La famiglia bastione 
della società sana" era stato organizzato una sorta di convegno introdotto 
da Roberto Fiore e da altri esponenti del movimento di estrema destra. Ma 
la lista dei partecipanti, redatta dal "bollettino" di Forza Nuova, è ben 
più lunga. Eccola in dettaglio: "Ha poi preso la parola il Professor 
Possenti, dirigente responsabile per la Consulta etico religiosa di An, che 
ha toccato il problema della crisi demografica e dell'attaco razzista dei 
poteri forti contro il popolo italiano. Marco Ferrazzoli, giornalista del 
Borghese, ha evidenziato la debolezza dell'opposizione del Polo al festival 
gay e la fermezza e la generosità di Forza Nuova nella sua battaglia (...) 
E' poi stata la volta di Pietro Giubilo, ex sindaco di Roma - e attualmente 
esponente della maggioranza di destra della Regione Lazio - che ha 
evidenziato il collegamento tra alta finanza e guerra alla famiglia. 
Giubilo ha concluso apprezzando il ruolo di Forza Nuova in difesa dei 
diritti naturali". Inutile forse aggiungere che il 23 agosto Roberto Fiore 
sarà invitato al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini per 
partecipare a un dibattito dal titolo: "Aborto: il genocidio del XX 
secolo", accanto ad alcuni esponenti della destra cattolica. Fiore non si 
lascia scappare l'occasione offertagli da una simile vetrina "ufficiale" e 
dichiara che il suo gruppo è pronto a sostenere elettoralmente Berlusconi, 
ma ad alcune condizioni. "Siamo pronti a votarlo - spiega Fiore - se 
promuoverà un referendum contro l'aborto, se si impegnerà per una legge 
forte contro l'immigrazione degli extracomunitari e se proporrà una legge 
per favorire la natalità degli italiani". Allo stesso modo, in particolare 
nel nord est, si sono avuti contatti tra questo ambiente della destra 
neofascista e quello della Lega, dal sostegno in occasione del processo ai 
"serenissimi", fino al recente appoggio offerto da un consigliere leghista 
del comune di Verona a una iniziativa di Forza Nuova in qu ella città. 
Inoltre, solo pochi giorni fa, in contemporanea con la visita romana di 
Haider, Forza Nuova ha organizzato in un albergo romano un incontro 
dell'estrema destra internazionale a cui hanno partecipato rappresentanti 
dei giovani falangisti spagnoli e Udo Voigt, portavoce di quel partito 
tedesco, la Npd, che le autorità di Berlino vorrebbero sciogliere perché 
considerato come "l'ombrello legale" di quei gruppi neonazisti violenti che 
hanno fatto più di centotrenta morti in Germania negli ultimi dieci anni.



  Le nostre inchieste sui nazi
  LIVIO QUAGLIATA - ROMA

" Che so, un réportage, un'inchiesta un po' scomoda, qualcosa che possa 
aver dato particolarmente fastidio a questi fascisti....". Nel primo 
pomeriggio di ieri - prima in strada, in via Tomacelli, poi direttamente in 
redazione - molti giornalisti di altre testate ci chiedevano lumi in 
materia, cercando non nel simbolico ma nel nostro quotidiano lavoro un pur 
flebile collegamento con l'attentato di ieri. In realtà - e per fortuna - 
il manifesto non è un bollettino di antifascismo militante, e in verità 
l'interesse del giornale nei confronti dell'arcipelago neonazista italiano 
negli ultimi anni ha occupato più (e molto puntualmente) le pagine 
culturali che non quelle di stretta cronaca o di inchiesta. Ma ovviamente 
anche cronache e inchieste non sono mancate, accompagnate, talvolta, da 
minacce e querele da parte dei diretti interessati - o di anonimi - che 
sembravano non aver particolarmente gradito il servizio. Qui di seguito 
ecco alcuni esempi degli ultimi due anni che comunque - è doveroso oltre 
che utile sottolinearlo - nulla dice abbiano il benché minimo collegamento 
con l'attentato di ieri mattina nella sede del nostro giornale. Il 23 
novembre 1999 scoppia una bomba davanti al museo romano della Resistenza, 
in via Tasso. L'attentato viene rivendicato con una telefonata anonima al 
113, un uomo dice di appartenere al Movimento antisionista, lo stesso 
gruppo che pochi giorni dopo - il 27 novembre - rivendicherà l'attentato 
davanti al cinema romano Nuovo Olimpia. Su il manifesto Carlo Lania riportò 
alcuni commenti del vicepresidente dell'associazione Figli della Shoahl, 
Riccardo Pacifici, che ricordò alcuni scritti "antisionisti" 
dell'organizzazione integralista cattolica, Milithia Christi. La quale non 
sembrò gradire. Tra settembre e ottobre del 2000 è invece la volta del 
"caso Marsiglia". Il manifesto, con una serie di réportage e inchieste da 
Verona a firma di Livio Quagliata e Paola Bonatelli, indaga il prolifico 
mondo dell'estrema destra locale e soprattutto quello altrettanto corposo 
dell'integralismo cattolico, l'uno all'altro strettamente legati. Si 
ricostruiscono le attività di diversi di questi gruppi particolarmente 
attivi, come per esempio Famiglia e civiltà, che nel '95 raccoglieva 15mila 
firme contro le unioni omosessuali, e che in occasione del Gay pride 
indiceva una "messa in riparazione il lingua latina e in rito romano antico 
in espiazione della profanazione di Roma da parte degli omosessuali" (messa 
patrocinata dalla Regione polista). Quando il professor Marsiglia 
confesserà di essersi inventato tutto comincerà allora la fase degli 
insulti e delle minacce con telefonate anonime, fax e lettere inviate in 
redazione ai due cronisti. Un episodio particolarmente spiacevole vede 
coinvolta la nostra collaboratrice veronese, insultata durante la seduta 
del consiglio comunale da alcuni esponenti della destra. Il 10 novembre 
2000 pubblichiamo invece una dettagliata inchiesta di Luca Fazio, da 
Milano, in particolare sul movimento Forza Nuova: "La Fiamma è quasi spenta 
- si legge nel sommario - il Fronte nazionale soffre, Forza Nuova sbanca 
tutti mescolando Hitler a Seattle". L'inchiesta veniva pubblicata a ridosso 
del raduno europeo che il movimento voleva tenere nel capoluogo lombardo e 
che poi sfocerà in un sabato di scontri con la polizia e con militanti 
dell'estrema sinistra. Nella stessa inchiesta veniva evidenziato il ruolo 
anche finanziario dei due leader, Massimo Morsello e Roberto Fiore, che da 
Londra - con fatturati miliardari - finanziano alcune organizzazioni 
neofasciste. Anche in questo caso non abbiamo ricevuto particolari 
complimenti. Infine, e ovviamente, Jörg Haider. In particolare il sabato 
precedente alla sua visita dal papa, l'8 dicembre, dalle finestre della 
nostra redazione volarono migliaia di fotocopie della "truce" vignetta di 
Vauro pubblicata poi sul quotidiano, al momento del passaggio della 
papamobile in via Tomacelli. Il giorno dopo, il sito internet di 
un'organizzazione integralista cattolica sbraitava contro "I comunisti" per 
l'avvenuta profanazione. Tanto più "nel sacro giorno dell'Immacolata".


  Chi sono i "miliziani di Cristo"
  Gruppi sparsi metà dentro e metà fuori dalla chiesa, decisi a combattere 
i suoi presunti nemici
  B. RA.

PI primi manifesti di Militia Christi sono apparsi a Roma verso la metà 
degli anni ottanta. Mostravano un'immagine di Cristo con un grande cuore 
che irradiava raggi luminosi e sotto la scritta, anch'essa in carattereri 
voluminosi, Militia Christi. Nessun'altra indicazione era visibile. 
L'indirizzo, scritto in calce piccolissimo, porta a un anonimo palazzo 
qualunque sui cui citofoni non compare nulla che possa essere connesso, 
almeno in apparenza, ai miliziani di Cristo. Ultras del cattolicesimo, a 
metà tra il Medioevo e il Concilio Vaticano I, con un piede dentro e uno 
fuori dalla Chiesa cattolica ufficiale: una parrocchia romana nel quartiere 
Appio Tuscolano ha ospitato una riunione imdetta da loro per preparare 
iniziative contro il gay pride. Il tutto si risolse con una marcia - andata 
quasi deserta- da S. Maria Maggiore a S. Giovanni in Laterano. I miliziani 
di Cristo probabilmente frequentano le parrocchie a titolo personale e 
forse le usano per reclutare qualche adepto sui temi caldi del momento. 
Sono ferocemente anticomunisti, antisemiti, omofobi e razzisti. Sognano 
un'Europa riunita sotto le bandiere del cattolicesimo e da cui sia esclusa 
ogni forma identificata come deviante. In primo luogo ripulita da quei 
cristiani traviati che hanno dato vita al Concilio Vaticano II e che, 
secondo loro, complottano - in combutta con ebrei, bolscevichi e 
omosessuali, per portare alla rovina il Cristianesimo. Da un punto di vista 
organizzativo di loro si sa pochissimo. Sono una vera setta chiusa e 
impermeabile. Numero degli aderenti e sedi sono coperti. Le informazioni su 
di loro sono deducibili dai manifesti che, con scadenza irregolare, coprono 
i muri della città. Esiste un arcipelago di organizzazioni simili nel 
programma ideologico e nell'ispirazione ai miliziani di Cristo. Tra le più 
note l'associazione Lepanto, che ha come zona di influenza il centro 
Italia, e Sodalitium, di Don Nicola Nitoglia che opera nel nord est del 
paese. Quest'ultima da mesi vende via internet, del tutto indisturbata, un 
pregevole libello in cui si accusano gli ebrei di usare sangue cristiano 
per i loro riti e pubblica un mensile, solo per abbonati, su tutte le 
malefatte dei comunisti e del Vaticano, uniti im un'improbabile lotta. Non 
è chiaro come e se le anime di questo arcipelago siano in contatto tra loro 
ed è altrettanto indistinto il modo con cui i singoli militanti siano 
passsati o passino alle file dell'estrema destra di cui condividono fobie e 
obiettivi politici. Certo è che il tasso di pericolo della loro propaganda 
è stato ampiamente sottovalutato. Nel rapporto del ministero dell'interno 
sui Movimenti religiosi e magici, uscito nel 1998, non si trova menzione di 
nessuno di questi gruppi. Anche se la prefazione del rapporto recita: "Di 
conseguenza, sopprattutto in vista dell'anno giubilare, si è ormai diffuso 
il timore che singoli o gruppi incontrollati, in preda a qualche sacro 
delirio ed attribuendo un particolare significato simbolico allo scadere 
del secondo millennio, possano rendersi responsabili di atti cruenti o 
comunque di gravi devianze".



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