Gli uomini neri
Uomini neri. Ragazzi. Con i volti coperti, le felpe con il cappuccio, le
bandane, i passamontagna, i berrettini, le scarpe da ginnastica, i
jeans, le magliette, le canotte. Vestiti per caso. Uomini neri. Ragazzi
qualunque. Come il volto che si affaccia dalla foto-tessera di Carlo
Giuliani, due occhi azzurri tranquilli, un taglio di capelli ordinato,
un'immobilità catturata dal flash. Solo istantanea. Capace
all'improvviso di una violenza estrema. Di giocarsi in un attimo la
propria vita.
Feroce. Gratuita. Demente. Assurda. Provocatoria. La violenza degli
uomini neri, dei ragazzi qualunque, esplosa nelle strade e nelle piazze
di Genova è stata etichettata in mille modi. Tutti giusti, tutti veri,
tutti reali. Non è questo il punto. La descrizione dei comportamenti
visti e accaduti a Genova, delle vetrine spaccate, dei cassonetti
incendiati, delle barricate erette, degli assalti a qualunque cosa,
quella di piazza, era fedele e non poteva essere altrimenti. Quando mai
la violenza è fine, razionale, ragionata, consapevole, libera,
spontanea?
Prezzolati, infiltrati, collusi, sospetti, strani: ciascuno ha un
episodio che ha visto, fotografato, filmato o che gli è stato raccontato
da persona credibile e che attesta la bontà di quella definizione. Ma
ciascuno di questi dettagli - veri o verosimili - non può spiegare la
complessità di quello che è accaduto: un manipolo di incursori non può
mettere a ferro e fuoco una città se non facendo leva su un sentimento
di devastazione già vivo e impellente e pronto a esplodere. E questo è
il punto.
Non molto tempo fa, un uomo assaltò da solo con una bottiglia molotov un
treno, mettendo a repentaglio la vita di innocenti passeggeri. Fu
ritrovato lungo i binari, morto, forse suicida. Con difficoltà gli fu
data un'identità (a Carlo Giuliani è andata meglio, i suoi amici si sono
battuti per lui): nessuno sembrava conoscerlo, le persone che aveva
occasionalmente frequentato erano più che altro preoccupati di prendere
le distanze, era un solitario, un emarginato - dissero tutti per
rassicurarsi -, viveva di elemosine, di randagismo, di sue voci nella
testa. Sarebbe andato a Genova quell'uomo? Avrebbe dato fuoco alla
città?
Da dove viene questa violenza, da quali viscere insondabili e non
sondate, quali urla grida che non trovano orecchie per ascoltarle, quali
parole non trovano lingua per parlare, modi per organizzarsi,
"coscienza" per diventare politica, fare sociale, comportamenti
collettivi?
Dove sono i sociologi che capiscono, gli intellettuali che ragionano e
discettano, i politici che rappresentano, i giornalisti che scrivono, i
preti che ascoltano gli ultimi, gli infimi?
Gli uomini neri, i ragazzi qualunque colpiscono tutto, negozi, banche,
insegne, merci, case, cose, poliziotti, compagni. "Il n'y a pas des
innocents" - non ci sono innocenti. Nostri talebani che minano i nostri
Buddha. Danno fuoco alle nostre certezze, alle nostre coordinate. Non
c'è potenza nei loro gesti, non c'è potere, solo furia devastatrice.
Assassina e suicida, martire e colpevole, nuda. Violenza nuda, corpi
nudi. Non ricoperti dall'intelligenza dei movimenti, dalla capacità di
inventare rappresentazione, di trattare i media, dalle tattiche,
dall'uso del tempo, dalla pazienza di saper vincere e perdere in un
lungo percorso, dalla storia. Si coprono solo con i cappucci o quel che
capita, sono coperti solo da un lenzuolo quando cadono e l'umana pietà
li avvolge.
Figli di questo tempo, incapaci di sopportare il dolore di questo tempo,
forse più degli altri raccontano di questo tempo e della sua assurdità:
in fuga, dalla famiglia, dal lavoro, dalla società, persino dai centri
sociali. Ai margini. A Goteborg come a Genova.
Figli di questo tempo, forse più d'altro ci mostrano cosa davvero
accadrebbe se i poveri del mondo, gli esclusi, gli emarginati, i
reietti, gli affamati, i condannati al "braccio della morte" di una vita
quotidiana miserabile, improvvisamente arrivassero come cavallette, come
una delle sette piaghe, nelle nostre ricche città. Carichi d'odio cieco.
Spettri essi stessi, uomini neri, evocano uno spettro, un'apocalisse.
Eppure, che movimento sarebbe mai questo nuovo, enorme, forte, che nasce
da Seattle e da Porto Alegre, che raccoglie gli operai americani e i
contadini brasiliani, Internet e gli aiuti in medicine per un villaggio
dell'Africa, che si preoccupa dei prezzi del caffè e degli OGM, del
Chiapas e del copyright, se non ascoltasse anche loro, le loro ragioni,
il loro dolore, la loro furia? Che movimento sarebbe mai questo se non
fosse in grado di affrontare la paura che incutono, la loro stessa
paura? La nostra stessa paura. La nostra stessa impazienza. Che
movimento sarebbe mai questo se sembrasse solo in grado di "fare le
barricate e chiamare la polizia per rimuoverle"?
I G8 finiscono o saranno diversi. E' una grande vittoria dei movimenti.
Come d'altronde Genova è stata una grande manifestazione di forza dei
movimenti. Ma se i G8 finiscono è anche per loro. Per gli uomini neri.
Per i ragazzi qualunque e la loro furia. Per il loro lungo martirio.
lanfranco caminiti
22 luglio 2001
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