Counterpunch
8 marzo 2002
L’incubo in Israele
Alexander Cockburn
Cominciamo con Baruch Kimmering, sociologo alla Hebrew University. Ecco ciò
che inviò il mese scorso al settimanale di Gerusalemme Kol Ha’Ir, che
debitamente lo pubblicò.
“Accuso Ariel Sharon di creare un processo in cui egli non solo intensifica
lo spargimento di sangue reciproco, ma può essere anche accusato di
istigare una guerra regionale ed una pulizia etnica parziale o quasi totale
degli Arabi nella “Terra di Israele”.
“Accuso ogni ministro del Labor Party in questo governo di cooperare nella
realizzazione della “visione” fascista ed estremista di Israele sostenuta
dalla destra”.
“Accuso la leadership palestinese, e principalmente Yasser Arafat, di una
miopia così acuta da essere diventato un collaboratore di Sharon. Qualora
esista una seconda Naqba (l’olocausto palestinese), anche questa leadership
ne sarebbe tra le cause”.
“Accuso la leadership militare, spronata da quella nazionale, di incitare
l’opinione pubblica, sotto il manto di un supposto professionalismo
militare, contro i palestinesi. Mai prima d’ora avevano così tanti generali
in uniforme, ex generali e ex membri dei servizi segreti, a volte
mascherati da “accademici”, preso parte al lavaggio del cervello pubblico”.
“Accuso gli amministratori dei media elettronici israeliani di concedere ai
vari portavoce militari l’accesso necessario perché si impadroniscano in
maniera aggressiva, bellicosa e quasi completa del discorso pubblico”.
“Accuso ciascuno che vede e sa tutto ciò di non far nulla per prevenire la
catastrofe insurgente. Sabra e Shatila non erano nulla in confronto a ciò
che ci è accaduto e accadrà. Dobbiamo uscire e spingerci non solo nelle
piazze, ma fino ai punti di controllo. Dobbiamo parlare ai soldati nei
carri armati e alle truppe. Ed io accuso me stesso di sapere tutto ciò e
limitarmi a strillare un po’ e poi restare quieto per il resto del tempo
troppo spesso”.
Dalla stampa israeliana apprendiamo continuamente delle pressioni
dell’opinione pubblica su Sharon e sul suo governo per andarci ancor più
pesante con i Palestinesi. Abbiamo appena ascoltato Linda Grandstein
dell’NPR che citava un “esperto” dopo l’altro a questo scopo. Ma se
l’opinione pubblica qui è cruciale per far pressione sull’amministrazione
USA perché prenda qualche misura di intervento costruttivo (invece che dar
carta bianca a Sharon) allora dovremmo prestare maggiore attenzione
all’opposizione appassionata a Sharon che proviene da gente come Kimmering.
Vi sono molti altri di cui non si legge. Prendiamo le persone
straordinariamente coraggiose del movimento noto come Ta’ayush. Sul loro
sito si vedranno anzitutto le parole “Alleanza Arabo-ebrea”, e poi la lista
delle azioni in cui esse hanno affrontato le botte della polizia e
dell’esercito, marciato verso villaggi palestinesi assediati dall’esercito
o spesso rasi al suolo per stare fianco a fianco con le vittime.
Ecco ciò che il prof. Neve Gordon dell’Università di Ben-Gurion scrisse il
6 marzo: “Per quanto concerne la situazione qui, si fa ogni giorno più
insostenibile da quando cercammo di smantellare un blocco stradale l’altro
giorno e fummo picchiati dalla polizia. Tre donne riportarono la frattura
della mano, un altra del cranio. Fui picchiato mentre ero agli arresti con
le mani legate dietro la schiena. Sharon ha bombardato Gaza stamattina”.
Vi sono moltissime persone in Israele che capiscono bene che la repressione
non funzionerà. Alla fine dell’anno passato Ami Ayalon, ex capo di Shabak,
servizi segreti israeliani, riferì a Le Monde: “diciamo che i palestinesi
si comportano come ‘folli’, ma non è follia, piuttosto una disperazione
senza fondo... Yasser Arafat non ha né organizzato né avviato l’Intifada.
L’esplosione fu spontanea, contro Israele, quando tutte le speranze della
fine dell’occupazione scomparvero, e contro l’autorità palestinese, la sua
corruzione, la sua impotenza”.
“Sono a favore del ritiro incondizionato dai Territori – preferibilmente
nel contesto di un accordo, ma non necessariamente: ciò che è necessario
fare, urgentemente, è ritirarsi dai Territori – e ritirarsi davvero. Quando
proclamassero un loro stato, Israele dovrebbe essere il primo a
riconoscerlo e a proporre negoziati tra stato e stato, senza condizioni”.
Vi sono state altre dichiarazioni pubbliche da parte di altri membri dei
servizi segreti israeliani che sostenevano che la strategia attuale di
estrema repressione è destinata a fallire e che una qualche forma di ritiro
progressivo è necessaria.
C’è niente che richiama la proposta saudita? Dopo tutto, il riconoscimento
incondizionato di Israele da parte dei paesi arabi in cambio del ritiro
incondizionato di Israele nei suoi confini pre-1967 è una loro proposta
vecchia di oltre 30 anni.
Il giornalista israeliano Meron Benvenisti ha illustrato la corretta
prospettiva nel suo articlo del 28 febbraio: nessuna illusione è più
pericolosa che l’idea che si cerca di spacciare “il conflitto con i
palestinesi come piccolo e secondario. Possiamo risolvere il conflitto con
l’intero mondo arabo. Si è dimostrato molto tempo fa che non vi è soluzione
al conflitto arabo-israeliano senza una soluzione al conflitto con i
palestinesi – e questo è il senso dell’iniziativa saudita”.
L’amministrazione Bush, criminalmente negligente nella sua codardia di
fronte all’impegno in questa crisi, fa sapere che la proposta saudita ha i
suoi meriti, con la qual cosa dimostra di sapere bene qual è la procedura
standard per queste proposte. Come ha sintetizzato Uri Avneri, capo del
gruppo pacifista Gush Shalom, “In Israele ogni iniziativa internazionale
ideata per mettere fine al conflitto passa attraverso tre fasi: (a)
rifiuto, (b) travisamento, (c) liquidazione. Questo è il modo in cui il
governo Sharon-Peres affronterà questa qui”.
La stampa in Israele è stata altrettanto criminalmente negligente
dell’amministrazione Bush per decenni. Nessuna amministrazione USA si
impegnerà mai positivamente senza una qualche pressione popolare ed il
ruolo di gran parte della stampa è stato di prevenire tale pressione
sopprimendo le voci d’opposizione.
Ecco una cosa che chiunque può fare. Proprio ora “Jewish Voices Against
Occupation” [JVAO, Voci ebree contro l’occupazione] sta invocando
l’evacuazione degli insediamenti, il ritorno ai confini pre-1967, la
sospensione dell’aiuto militare USA fino alla fine dell’occupazione,
l’insediamento di una forza internazionale per il mantenimento della pace.
Bluma Goldstein di JVAO mi dice che circa 450 persone hanno già firmato e
si sono raccolti 30 mila USD contro i 37.750 necessari. Inviate contributi
a JVAO, PO Box 11606, Berkeley, Ca 9471”. La loro email è jvao@jvao.org.
Ricordate la frase di Kimmerling “e accuso me stesso di sapere tutto ciò e
limitarmi a strillare un po’ e poi restare quieto per il resto del tempo
troppo spesso”.
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