Jenin, l'inferno è in Palestina
La città martire Edifici in macerie, centinaia i morti nel campo profughi
che resiste da cinque giorni bombardato da terra e dal cielo: uccisi ieri 13
soldati israeliani
STEFANO CHIARINI
Sarebbero centinaia le vittime dell'assedio israeliano, giunto ormai al
quinto giorno, del campo profughi di jenin, un chilometro quadrato di
poverissime casupole tirate su alla meglio dai profughi palestinesi cacciati
nel `48 dalla regione di Haifa. Ottanta carri armati, elicotteri apache e
centinaia e centinaia di soldati rovesciano da giorni,senza sosta, bombe e
proiettili sugli abitanti decisi a non arrendersi. A costo di essere sepolti
sotto le macerie delle casupole buttate giù da enormi bulldozer corazzati.
Il campo di Jenin, che ormai sulla stampa israeliana viene definito come una
vera e propria «Masada palestinese», è da tempo noto come una roccaforte
della resistenza e soprattutto della sua autonomia politica, anche nei
confronti della stessa Anp. Come lo era nel 1976 il campo di Tal al Zaatar a
Beirut ovest caduto dopo oltre 50 giorni di assedio da parte dei falangisti
alleati da Israele e protetti dalla Siria. Di fronte alla resistenza dei
profughi, da sempre avanguardia del movimento di liberazione palestinese, il
capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Shaul Mofaz e il ministro
della difesa laburista Benyamin Ben Eliezer, presenti entrambi sul posto per
dirigere le operazioni, hanno dato via libera ad un fuoco indiscriminato
contro il campo. Secondo fonti palestinesi vi sarebbero centinaia di morti.
E a questo proposito anche da parte israeliana comincia a circolare negli
ambienti governativi una certa inquietudine, non certo per le vittime
palestinesi ma perché, come avrebbe dichiarato Shimon Peres al quotidiano
liberal israeliano Haaretz, quando si conoscerà il numero dei morti
l'attacco al campo «di terroristi ben armati» potrebbe essere presentato
all'opinione pubblica internazionale come una strage. La situazione dei
sopravvissuti, come riportiamo in questa pagina di testimonianze da Jenin,
sarebbe oltre la tragedia. Senza cibo, elettricità, acqua, senza alcuna
possibilità di muoversi per non essere colpiti dai cecchini israeliani la
popolazione si rifiuta di uscire dal campo. I combattenti all'interno del
campo stanno mostrando, secondo la stampa israeliana, una determinazione
inaspettata. Assai diversa da quella dei vari Jibril Rajoub, il capo del
servizi di sicurezza, preoccupato più per i suoi affari che della sorte del
suo popolo. Da venerdì scorso, nonostante la sproporzione delle forze, a
Jenin sono stati uccisi 22 soldati della riserva mentre decine sono stati
feriti. Solamente ieri mattina per le vie del campo sono stati uccisi
tredici soldati israeliani e nove sono stati feriti. Un reparto era entrato
in un vicolo del campo quando improvvisamente sono esplose numerose cariche
di dinamite e in quel momento dai tetti vicini è partito un fitto fuoco di
fucileria. La miccia sarebbe stata accesa da un Pietro Micca palestinese
rimasto nei sotterranei di una delle case. Quando è intervenuto un altro
reparto israeliano altre cariche collocate lungo la strada sono epslose e il
fuoco dei palestinesi è ripreso intensissimo provocando altri sette feriti.
A questo punto l'esercito israeliano ha chiesto una tregua per ricuperare i
corpi dei caduti. Ma anche durante la tregua ha continuato ad impedire alle
ambulanze e ai convogli umanitari di avvicinarsi al campo. Tra questi un
convoglio dell'Unrwa, l'organismo per il welfare dei profughi. Bloccati
anche alcune centinaia di palestinesi con passaporto israeliano che insieme
ad alcuni deputati arabi e a gruppi di pacifisti israeliani aveva portato
medicinali e generi alimentari per la popolazione assediata da cinque
giorni. Il convoglio è stato prima attaccato da gruppi di coloni che
lanciavano sassi al grido di «amici dei terroristi» «via gli arabi» e poi
fermato dall'esercito. A questo punto un uomo, forse un colono, in divisa da
militare ha esploso alcuni colpi di fucile contro i manifestanti provocando
due feriti: un ragazzo e una donna. Commentando la morte dei tredici soldati
il generale Yitzhak Eytan, comandante del fronte centrale, ha sostenuto che
la battaglia e l'assedio al campo di Jenin continueranno fino a quando i
difensori non si saranno arresi o saranno stati uccisi. Di diverso avviso il
movimento pacifista Gush Shalom, che in un suo comunicato ha sostenuto ieri
in serata: «A Jenin è stata sepolta Masada» e ancora «il mito dell'eroismo e
del sacrificio ebraico è stato sepolto dalla montagna di morti dei
combattenti palestinesi per la libertà... Generazioni intere saliranno verso
il campo per chinare la testa ed elargire onore e rispetto alla memoria di
questi combattenti».
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