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From: Alvarado
Date: Thu, 18 Apr 2002 16:15:03 +0200
Subject: [tacticalmedialist]La seppiocrazia delle
 


La seppiocrazia delle Falkland
Vent'anni fa la guerra delle Falkland-Malvinas. Che, ironia della storia, ha
portato al boom economico. Grazie a calamari e seppie che i falklandesi,
protetti dalla marina britannica, oggi pescano in esclusiva
MARCO D'ERAMO
Anche per proprio igiene mentale, è necessario ogni tanto distogliere lo
sguardo e la mente dagli orrori e dalle crudeltà senza fine che la guerra in
Palestina regala al mondo. La struttura dell'informazione ricalca infatti
gli schemi mentali della paranoia - per lo meno temporanea: per due mesi si
parla solo di Afghanistan, tutti conoscono a menadito Peshawar, Kandahar, il
Kyber pass, e possono disquisire sulle etnie pastun. Per i due mesi
successivi si parla solo di Ramallah, Betlemme, Nablus. Cognomi da sempre
ignorati diventano familiari a tutti, per ricadere subito nell'oblio.
Notorietà conquistate col sangue ma che solo di rado durano di più di quelle
acquisite con la cronaca nera (Erika e Omar, Samuele, Alfredino, ...
quell'intimità mediatica per cui basta il nome e non serve il cognome).
Così, non solo perché stiamo assistendo a una guerra, ed è appena caduto il
ventennale di un'altra guerra, ma anche perché pure allora fummo sopraffatti
dalla stessa paranoia mediatica, viene da pensare al conflitto delle
Malvine/Falkland, al patema con cui ogni giorno seguivamo il lento avanzare
della poderosa armada britannica nell'Atlantico meridionale, le battaglie
navali, la sconfitta di schianto delle truppe argentine. Allora nessuno
ignorava che la capitale di quest'arcipelago australe si chiamava Stanley, e
insenature remote come la Goose Bay facevano parte del lessico colloquiale.
Ma, finita la guerra, rivoltasi la paranoia mediatica ad altri luoghi della
terra, le Falkland/Malvine sono scomparse dalla nostra geografia mentale e i
suoi 2.000 abitanti cancellati dalla stirpe umana. Neanche le commemorazioni
del ventennale nelle settimane scorse hanno prestato la minima attenzione
agli isolani aggrappati su queste terre scogliose, senza alberi, battute dai
venti e dall'oceano in tempesta: quanto di più inappetibile si possa
immaginare, su cui prosperano solo i pinguini (sulla sua inospitalità, la
dice lunga che vivano solo 2.800 persone su una terra più grande
dell'Abruzzo). Eppure, dopo la riconquista inglese, la loro sorte è mutata
dalla notte al giorno, e il loro destino costituisce un esempio istruttivo
di quella che Kant chiamava l'eterogenesi dei fini, o che Hegel definiva le
«astuzie della storia», ma che - più modestamente - sono le inevitabili
«conseguenze involontarie e inattese» dei progetti umani. Per quasi duecento
anni, le Falkland erano state quello che appunto sembrano: una sonnacchiosa
colonia adibita all'allevamento di pecore da lana, dimenticata dalla sua
potenza coloniale, con un duro statuto coloniale nonostante i suoi abitanti
fossero di origine britannica e si sentissero inglesi: essi non avevano
passaporto, non potevano votare alle elezioni, non potevano eleggere il
proprio governo locale, ma venivano governati da funzionari paracadutati da
Londra, educati da maestri inviati dalla «madrepatria», non potevano essere
proprietari delle terre che coltivavano o su cui allevavano: la terra era
divisa in grandi latifondi i cui proprietari risiedevano in Inghilterra, e
il massimo che potevano sperare i contadini era di diventarne i fattori.

Di fatto, sempre di più le Falkland si volgevano verso il paese più vicino,
l'Argentina, da cui dipendevano per l'importazione del carburante e dei
generi di prima necessità: andavano a Buenos Aires per una botta di vita, si
curavano in Argentina e -in un'epoca in cui la tv satellitare non si era
ancora diffusa -guardavano la tv argentina. Le Falkland si stavano così
lentamente ri-malvinizzando. Se i generali Jorge Videla e Leopoldo Galtieri
non le avessero invase, in pochi anni sarebbero state assimilate
economicamente e culturalmente dall'Argentina. Ma la giunta militare stava
perdendo consenso e -come spesso accade alle dittature -intraprese
l'avventura delle Malvinas per risollevare il proprio prestigio e
riacquistare popolarità, lanciandosi alla conquista di quattro scogli e
tanti pinguini. Per gli stessi quattro scogli e pinguini, Margaret Thatcher
inviò una flotta d'altri tempi che le permise di rivincere le elezioni in
patria.

Ma da quel conflitto pretestuoso è nata una rivoluzione che ha cambiato la
vita dei falklandesi: la povertà si è risolta in ricchezza, la tutela in
autogoverno, e un nuovo, strano regime socioeconomico si è instaurato: la
«seppiocrazia», come l'ha felicemente battezzata l'Observer. Innanzitutto,
sull'isola è rimasto un contingente di 2.000 soldati britannici nella base
di Mount Pleasant, e una piccola flotta continua stazionare a nella rada.
Per mantenere la guarnigione Londra spende 120 milioni di euro l'anno e già
questa è una bella iniezione di liquidità per l'isola.

C'è di più. Per giustificare a posteriori la guerra appena combattuta,
Londra ha dovuto attuare quella britannicità delle Falkland di cui fino
all'invasione argentina si era infischiata, ma che aveva invocato per
giustificarne la sovranità. Così dopo il 1982 è stata varata una vera
riforma agraria e oggi i falklandesi possono essere proprietari delle terre.
Sono cittadini britannici a pieno titolo e usufruiscono del sistema
sanitario inglese: per i casi più gravi, vengono trasportati ricoverati
gratis in Inghilterra. Ma, soprattutto, proprio per la presenza della flotta
inglese, hanno potuto sfruttare quella risorsa che, sempre secondo
l'Observer, «è per le Falkland quello che per il Kuwait è il petrolio», cioè
il calamaro e la seppia. Le profondità oceaniche ospitano infatti i calamari
più gustosi della terra (di due qualità: una più grande, l'illex, e una più
piccola, il loligo). Vengono pescati di notte, attirati fuori dagli abissi
da fari così potenti che sulle foto satellitari sono luminosi quanto le
città di Rio e di Buenos Aires.

I calamari c'erano anche prima, si dirà, quindi perché mai non li hanno
pescati prima? Perché prima non c'erano navi inglesi che difendessero le
acque territoriali delle Falkland dalle intrusioni dei pescherecci
giapponesi e di Taiwan. Si verifica qui ancora una volta la verità di quel
che già nel 1614 aveva scritto ai reggenti (Heeren) il rude e spregiudicato
agente della Compagnia delle Indie Olandesi, Jan Pietertszoon Coen: «Le
Vostre Eccellenze dovrebbero sapere per esperienza che il commercio in Asia
ha da essere attivato e mantenuto sotto la protezione e il favore delle armi
delle Vostre Eccellenze, e che dette armi devono essere pagate con i
profitti del commercio, laonde per cui non si può far commercio senza guerra
né guerra senza commercio». Questo per rimettere al suo posto la pretesa dei
liberisti di ogni stampo e di ogni epoca che il commercio è apportatore di
pace tra i popoli.

Perciò solo all'ombra delle cannoniere di Sua Maestà è potuta fiorire la
seppiocrazia delle Falkland. Oggi, calamari e simili possono essere pescati
solo previo pagamento di una licenza rilasciata dal direttore delle
pescherie: l'hanno scorso sono stati pagati 26 milioni di sterline (42
milioni di euro, 15.000 euro per abitante delle Falkland) per avere il
diritto di pescare la straordinaria quantità di 264.928 tonnellate di
calamari. La stragrande maggioranza di questa montagna di molluschi viene
esportata nel Mediterraneo, nei ristoranti marini di Spagna, Italia, Francia
e Grecia.

In un certo senso, il benessere dei falklandesi viene alimentato dalla
passione che gli spagnoli hanno per i calamari. È stata creata una dozzina
di joint ventures con imprese ittiche straniere, che generano introiti per
altri 32 milioni di euro. «Fortuna» si chiama la compagnia del più grande
seppiocrate di Stanley, Stuart Wallace, che possiede una flotta di cinque
navi da pesca (di cui una lunga più di cento metri), impiega 170 persone a
l'anno scorso ha tratto dal mare 20.000 tonnellate di calamari. Così
l'arcipelago è in pieno boom economico: l'anno scorso sono state fondate 145
start-ups. La disoccupazione è nulla; la popolazione è in crescita, il
massimo storico, dopo il declino che dagli anni '30 era durato fino alla
guerra e l'aveva portata a 1.800 persone. Le Falkland non hanno un debito
estero, ma il governo locale ha accumulato un fondo di 140 milioni di euro
per le pensioni dei suoi cittadini. Ogni abitante riceve 1,6 euro al giorno
come fondo vacanze e ogni studente universitario che va a studiare in
Inghilterra riceve 2 viaggi andata e ritorno pagati all'anno e 14.000 euro
per pagare tasse universitarie cibo e alloggio. Sono stati costruiti due
ospedali nuovi.

Unico punto dolente è proprio il settore un tempo trainante dell'economia:
l'allevamento ovino che è in crisi nera. I prezzi della lana sono crollati
da 4,8 a 1,6 euro al chilo. Nelle Falkland occidentali, Port Howard sta
morendo: una volta vi si allevavano 40.000 pecore e vi abitavano 100
persone, con una scuola affollata da 20 bambini. Oggi gli abitanti sono solo
21 e la scuola ha solo un allievo. Ma in tutte le altre isole
dell'arcipelago regna l'euforia. I più visionari sognano un futuro in cui le
Falkland avranno 10-20.000 abitanti e saranno «un'Islanda australe», agiata
e ad alto livello d'istruzione. E si sente spesso ripetere che i falklandesi
dovrebbero costruire una stele con su scritto «Grazie Galtieri». Guardando
al continente dirimpetto alle isole, e vedendo la disperata situazione
economica che regna in Argentina, si capisce il sollievo di questi pochi
fortunati (davvero happy few) nell'averla scampata bella.






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